LA COMMEDIA IN VERNACOLO FIORENTINO
DALL’ABATE ZANNONI A GIOVANNI NANNINI

di Alessandro Bencistà


Un breve percorso che accompagna la nascita di un teatro fiorentino in vernacolo ci obbliga a scegliere un punto di partenza che faremo coincidere con l’opera di Giovan Battista Zannoni, ma un breve accenno sul periodo che portò alla creazione delle celeberrime “ciane” è doveroso; il teatro fiorentino, e vogliamo circoscrivere la nostra breve indagine a quello in vernacolo, non nasce dal nulla, una tradizione drammatica popolaresca che aveva utilizzato la lingua parlata dal popolo esisteva fin dal secolo precedente, nella Firenze degli ultimi Medici, e ci riferiamo a Giovan Battista Fagiuoli.
Si potrebbe esser tentati anche di compiere un viaggio ancora più a ritroso (Giulio Bucciolini citando un brano della Clizia di Machiavelli si domanda se il nostro vernacolo abbia sessanta anni o cinquecento) andando a rispolverare autori nelle cui opere si faceva largo uso di un lessico per molti aspetti assai vicino al vernacolo, quello che si ascoltava nelle campagne o nei quartieri popolari di San Lorenzo e Santo Spirito, con felice espressione detti i Camaldoli.
Michelangelo Buonarroti detto il Giovane, accademico della Crusca si soffermò in particolar modo sul lessico del contado creando “la prima opera scritta da cima a fondo in vernacolo contadinesco fiorentino” (è ancora una definizione di Bucciolini) cioè quel piccolo capolavoro in versi che è la Tancia (1611) cui fece seguito la Fiera (1618). E come non accennare a Francesco Baldovini, cui dobbiamo, sempre in versi Chi la sorte ha nemica usi l’ingegno (1670 ca) e della stessa epoca il breve prologo Il mugnaio di Sezzate.
Nella seconda metà del diciassettesimo secolo nonostante la decadenza culturale della penisola, il teatro fiorentino godeva buona salute, al punto che proprio nella città del Granduca troviamo i primi edifici appositamente edificati per ospitare la commedia e altra varietà di spettacolo, in musica e in prosa: il Teatro del Cocomero (1650) primo teatro stabile italiano fondato da una Società di Ginnastica e di recitazione; la società si divise quasi subito nelle due accademie degli Infuocati e degli Immobili, la prima rimase nella sede di Via del Cocomero, la seconda si costruì pochi mesi dopo un suo teatro in via della Pergola (1651), onde il nome del teatro. In antecedenza le rappresentazioni teatrali utilizzavano per l’allestimento spazi occasionali quasi sempre ricavati in palazzi e residenze private come il cortile di Palazzo Medici di Via Larga, il grande salone detto dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, spazi che venivano allestiti con strutture provvisorie che si smontavano dopo la rappresentazione. Il primo vero teatro costruito appositamente per le recite fu quello realizzato da Bernardo Buontalenti all’interno del corpo di fabbrica degli Uffizi (1586) e accanto il teatro della Baldracca aperto al pubblico. Da parte dei Medici si continuò ancora per diverso tempo ad utilizzare le ville residenziali che vennero quasi tutte dotate di un piccolo teatrino (Poggio Imperiale, Lappeggi, Poggio a Caiano.
Sono questi gli scenari che ospitano le commedie del Buonarroti, la Fiera e la Tancia citate; la prima parla di un cittadino fiorentino che andò a fare il podestà nel castello di Colognole in Chianti (Il Potestà di Colognole fu anche il titolo della commedia rusticale in musica che inaugurò il teatro della Pergola) dove si teneva una grande fiera; un diarista racconta che fu recitata nella “sala grande delle commedie” alla presenza di S.A. il Granduca e che vi intervennero più di tremila persone.



La prima opera che fu rappresentata al teatro della Pergola fu tratta dalla Fiera del Buonarroti


Nell’opera è già presente una prima utilizzazione del vernacolo (Buonarroti è alla ricerca di materiale linguistico per il Vocabolario) al punto che all’autore viene rinfacciato fino all’epoca moderna l’uso della parlata popolare: “il linguaiolo alla caccia di vocaboli peregrini perde troppo spesso di vista la poesia” scrive Luigi Fassò nella sua introduzione al volume ed anche Bucciolini parla di un “enorme polpettone”. L’Apollonio invece mette in evidenza una “teatralità comica” che riassume l’opera del Buonarroti, “non contento di quella raccolta immensa della fiorentinità linguistica ch’era il Vocabolario, cercava alla vita e alla fortuna della parole un più animato catalogo, un’esemplificazione o più viva o almeno più colorita, una rappresentazione, appunto, affidata al teatro”.
La Tancia è anteriore alla Fiera e secondo le intenzioni dell’autore volle essere “un modello di farsa rusticana, che riassumesse in sé quel viaggio iniziato passando dall’idillio contadinesco alla Catrina del Berni”, è la storia di Piero, cittadino di Firenze che è innamorato della contadina Tancia, la vorrebbe sposare togliendola a Ciapino, anche lui innamorato di Tancia, mentre lei è innamorata di Cecco.
Alcuni decenni dopo, Francesco Baldovini (1634-1716), si cimenterà in un’altra commedia di argomento rusticale, Chi la sorte ha nemica usi l’ingegno, dove il vernacolo fiorentino domina in molte scene, ma già era uscito un suo poemetto in ottave tutto scritto nel dialetto dei contadini, che ebbe subito una rapida diffusione, Il lamento di Cecco da Varlungo, dove la lingua si riallaccia ancora più indietro, a Lorenzo de’ Medici, e avrà una serie di imitazioni fino all’Ottocento.



La commedia rusticale in versi di F.Baldovini pubblicata da Moücke

E come tralasciare un accenno a Giovan Battista Fagiuoli che insieme ai senesi Gigli e Nelli si pone come uno dei maggiori autori, ricevendo anche gli elogi del Gigli che con i fiorentini non era certo tenero.
È con loro che ci si avvia a quella riforma del teatro avvenuta nella metà del Settecento ad opera del Goldoni che verso questa produzione mostra grande stima e rispetto scrivendo di “una pulitissima scuola fiorentina” anche se dimostra certe perplessità sui frequenti “riboboli” che lo “incomodavano infinitamente”, giudizi che peseranno sulla diffusione delle loro opere.
Con questi autori ci si avvia anche alla definizione di un pubblico diverso da quello che assisteva alle rappresentazioni teatrali, non più la ristretta cerchia dei nobili che mettevano a disposizione i loro teatrini privati, ma un pubblico più eterogeneo proveniente dalle popolazione della città, che paga un prezzo, sia pure abbastanza basso, per assistere agli spettacoli, come è rilevato da Goldoni, molto attento a quello che succede nell’ambiente teatrale, non solo veneziano. Anche a Firenze fioriscono i piccoli teatri delle accademie, anche se il pubblico non è dei più raffinati, tanto che

Giovan Battista Fagioli in una vecchia incisione

Antonio Magliabechi in una lettera al Fagiuoli scrive che le plebi si comportano al teatro come al postribolo; nella risposta Fagiuoli si difende richiamandosi alla difficoltà di abituare il pubblico a tali frequentazioni, soprattutto quando si tratta di “metter mano alla scarsella”, come scrive con felice espressione nelle sue rime. Rammentiamo una sua commedia che viene ancora ai giorni nostri considerata “un piccolo autentico gioiello” (Bucciolini), Il vero amore non cura interesse (1725), scritta in un fresco e caratteristico vernacolo campagnolo che tanto piacque all’autore del Giocondo Zappaterra.
Ma ormai siamo giunti ad un’epoca in cui il teatro fiorentino è ormai diventato quasi un fenomeno di massa, è il pubblico pagante che contribuisce alla crescita dei teatri: anche alla Pergola viene ammesso per la prima volta nel 1717. Non ci soffermeremo su questo grande teatro che si specializzerà nell’opera in musica e concentriamo la nostra attenzione sul teatro del Cocomero (oggi il defunto Niccolini) dove invece si rappresenta un teatro più popolare, comprese le commedie all’improvviso.

 


Frontespizio del libretto popolare Salani con le facezie del Fagiuoli

È questa l’epoca in cui la scena fiorentina è dominata dal Fagioli, prolifico autore di testi ma anche di un diario, di rime in cui troviamo interessanti annotazioni sul costume dei fiorentini che si recano a teatro: sul prezzo (2 lire), sulla provenienza sociale degli spettatori che come un certo Antonio Cocchi si porta dietro tutta la famiglia compreso il servitore. Veniamo a sapere che nel 1727, anno in cui l’ultimo granduca mediceo Gian Gastone aveva consentito anche alle donne di recitare, furono venditi 825 “bullettini”.
Quello del Fagioli può essere considerato, pur con tutte le riserve del caso, un teatro popolare in lingua fiorentina, in Firenze le sue commedie si recitavano non solo nei teatri e nelle ville, ma anche nel convento dove erano suore le sue figlie. Certo la diffusione di gran parte della sua opera non esce dai confini della Toscana, e l’autore avendo portato un suo lavoro a Roma, nelle sue Rime si trovò costretto ad ammettere questo genere di difficoltà, che tuttavia vennero superate con le traduzioni, come nel caso della commedia “Il Cicisbeo” che dopo aver fatto il pieno a Siena, fu data con successo in tutta Italia e perfino a Vienna.

LUIGI DEL BUONO E L’INVENZIONE DI STENTERELLO

La figura di Stenterello domina gran parte della scena teatrale fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. L’invenzione di questa celebre maschera fiorentina è opera di un artigiano orologiaio amante del teatro: Luigi del Buono, fiorentino di Rifredi nato nel 1751, con bottega affacciata sulla piazza del Duomo, ove una volta era situato l’arco de’ Pecori, poi demolito durante le ristrutturazioni di fine Ottocento. Fu Del Buono a creare dal nulla il suo personaggio, a interpretarne le storie sui palcoscenici teatrali di tutta Firenze; ne disegnò anche la figura e il costume, una palandrana fino al ginocchio, le calze a strisce l’appellativo di POSA-PIANO ricamato sulla veste insieme alla bottiglia e al numero 28 che come si sa è quello dei becchi, completavano il costume un copricapo a tricorno, il lungo codino secondo la moda settecentesca.
“Stenterello, scrive Guglielmo Amerighi presentando alcuni suoi lavori, non è una maschera (come quelle di Arlecchino o Pulcinella della Commedia dell’Arte) ma un carattere… capace di insediarsi in qualsiasi realtà rimanendo uguale a se stesso”. Quando l’attore entra in scena vuole rappresentare quello che il pubblico desidera e in questa immedesimazione fra Stenterello e il suo pubblico sta il grande successo ottenuto da Del Buono e dai suoi migliori seguaci. Ecco quindi la critica alla società del tempo, attività in cui i fiorentini hanno sempre amato esercitarsi, la dissacrazione dei valori, le sferzanti e sagaci battute di spirito.




La classica figura di Stenterello disegnata dal suo creatore Luigi Del Buono



Il teatro era sempre stato il grande amore dell’orologiaio fiorentino, che cedette la sua bottega per dedicarsi completamente a questa sua passione. In passato aveva frequentato l’ambiente culturale dell’epoca, cioè i salotti letterari di Arcadia; nel 1770 vi aveva conosciuto il giovane Mozart, la celebre poetessa Corilla Olimpica (Maddalena Morelli), si era già distinto in una delle numerose compagnie filodrammatiche allora numerose a Firenze e nel 1776 entrò nella Compagnia Toscana di Giorgio Frilli che aveva la protezione del Granduca e recitava al teatro del Cocomero.
Nella stagione teatrale 1779-1780 viene chiamato a dirigere la Compagnia degli Accademici Fiorentini che aveva la sua sede nel teatro dei Solleciti in Borgognissanti, dove proprio quest’anno è stata apposta una lapide a ricordo dell’inizio della sua attività. A questa epoca si può collocare la nascita di Stenterello che prese qualche spunto dalla maschera di Pulcinella; proprio a Napoli Del Buono aveva conosciuto anche Faustina Zandonati, una brava attrice cagliaritana poco più che ventenne che divenne la sua compagna nella vita e nell’arte.
Non esiste una documentazione precisa di questo evento, non usava ancora il diritto d’autore, ma sembra che sia da collocare nel Carnevale del 1793 al teatro del Cocomero, quando Luigi del Buono scrisse e presentò al pubblico la commedia Fiorinda e Ferrante principi di Gaeta con Stenterello buffone di corte. Altre fonti parlano invece de Il diavolo malmaritato a Parigi. In questa occasione compaiono anche i vestiti con ricamate le allusioni di cui abbiamo detto e che verranno modificate via via che altri attori dopo Del Buono lo interpreteranno. Raffaello Landini, riportando testimonianze orali che si erano tramandate nell’ambiente teatrale, parla anche di un mendicante e di un barbiere come modelli di ispirazione.
Siamo già in presenza di quel carattere furbo del popolano arguto, libero, irriverente, pronto alla finzione o al compromesso quando c’è da trarne vantaggio. Del Buono, chiamò subito Stenterello la sua creatura, forse guardandosi allo specchio e vedendosi piccolo, sparuto, magro e segaligno, alla lettera la definizione si applica a chi vive di stenti, oppure stenta a tirare avanti.
La sua figura e il suo linguaggio schietto e popolare piacquero subito, dando origine a un dibattito che vide su fronti opposti i letterati e i critici suoi contemporanei. Fra i suoi nemici dichiarati gli accademici della Crusca che allibivano di fronte al suo vernacolo e alla sua morale; scrive Paolo Lucchesini “Reazione fin troppo chiara: Stenterello costituiva l’altra faccia, quella plebea, di quella lingua toscana letteraria che ormai si era affermata come unica italiana”.
Fra i suoi detrattori Giuseppe Giusti che in una sua lirica allude alla sua maschera che “sa di bettola e di Bordello”; Collodi che evita di inserirlo fra i burattini di Mangiafuoco. Piacque invece ad altri letterati come Jarro (Giulio Piccini), Giuseppe Cucchiara, Bruno Corra che lo indica come il precursore di Ettore Petrolini.
Firenze in quell’epoca vive una sua stagione fervida per l’attività teatrale, come ne sono testimonianza i teatri che vi vennero insediati: nel 1779 il Teatro Nuovo (via Bufalini), nel 1778 il Teatro di Borgognissanti, poi quello della Piazza Vecchia (oggi piazza dell’Unità), della Quarconia ecc. C’era una continua richiesta da parte del pubblico di commedie, tragedie, farse, improvvisazioni; gli attori comici come Del Buono furono costretti a diventare registi, scrittori, amministratori. Fra le sue molte commedie stampate, sono degne di essere ricordate le seguenti: Ginevra degli Almieri sepolta viva in Firenze, La villana di Lamporecchio, La bacchettona che sono fra le poche ripubblicate in epoca attuale.


Un manifesto d’epoca che annuncia lo spettacolo di Stenterello con Egisto Paoli


Molte altre portano la sua firma e furono chiamate “stenterellate” ma non si contano le imitazioni apocrife, anonime e quelle scritte dagli attori che presero in eredità la sua figura.
I più importanti “stenterelli” dopo Del Buono furono Lorenzo Cannelli, che forse ispirò al Giusti i versi celebri “Zitto l’equivoco / di Stenterello / che sa di bettola / e di bordello”; piacque invece ai fratelli De Goncourt che nel loro libro L’Italia di ieri lo lodano dicendo che “è un comico grosso e bravo”
I De Goncourt ci lasciano una preziosa testimonianza anche su un altro Stenterello, Augusto Bargiacchi, che così lo definiscono: “Una comicità un po’ triste, ma l’attore è bravo, e sente perfettamente il suo mestiere”. Ne seguiranno molti altri fra cui ricorderemo Amato Ricci, Zanobi Bartoli, Andrea Niccòli, Vasco Salvini e infine Mario Marotta e Giovanni Nannini, ma ormai la celebre maschera ha perso il suo originale smalto primitivo.
Ricordiamo infine che le “stenterellate” entrarono a far parte di quella “letteratura muricciolaia” per il popolo e furono stampate dalle case editrice fiorentine Formigli, Ducci e infine di Adriano Salani; ma ormai i testi originali sono divenuti, come sottolinea Amerighi “irriconoscibili”.


GIOVAN BATTISTA ZANNONI e GLI SCHERZI COMICI

Giovan Battista Zannoni, insigne letterato ed archeologo, nacque a Firenze nel 1774 da genitori di umili condizioni, ma che avendo intuito la sua grande disponibilità verso gli studi lo fecero iscrivere alle Scuole Pie, dove ebbe come maestro Padre Pompilio Pozzetti, che l’allievo ricordò sempre con gratitudine.


Una delle più recenti edizioni delle Ciane di G.B.Zannoni

Terminate le Scuole Pie lo Zannoni frequentò la scuola della Badia dedicandosi alle discipline filosofiche e teologiche, imparando poi la lingua greca e quella ebraica.
A seguito della sua sincera vocazione fu ordinato sacerdote nel 1798 all’età di 24 anni.
Quando, in età napoleonica, fu soppresso l’ordine dei Padri Missionari, si iscrisse fra il clero della parrocchia Reale di S.Felicita, incarico che conservò fino alla morte.
E’ del 1800 la sua nomina ad aiuto bibliotecario della Biblioteca Magliabechiana, poi vice-bibliotecario ed infine ammesso all’Accademia Fiorentina.
Risale a questo periodo anche la sua conoscenza dell’abate Luigi Lanzi che lo iniziò agli studi sull’archeologia, nel cui campo raggiunse una posizione preminente.
L’abate Zannoni è ormai diventato uno dei più illustri personaggi della Firenze del primo Ottocento; collabora al Giornale dei Letterati che si stampa a Pisa, diviene istitutore di Gino Capponi che lo ricorderà nei suoi scritti e col quale in seguito intrattiene una assidua corrispondenza. Quando Capponi sposò la marchesa Riccardi, gli dedicò la pubblicazione (creduta inedita) di un manoscritto contenente l’Edipo Re di Sofocle tradotto da Bernardo Segni più una dissertazione sull’urna etrusca rappresentante Edipo e la Sfinge; alla morte dell’abate Luigi Lanzi sarà lui a sostituirlo nella carica di Regio Antiquario della Galleria degli Uffizi (1811).
Va sottolineato a questo proposito la grande importanza che lo Zannoni ebbe negli studi sull’antichità, la sua molteplice produzione di saggi ne attesta la profonda dottrina e lo pone fra i maggiori esperti dell’epoca, “terzo fra cotanto senno” come scrisse l’amico Andrea Musroxidi, cioè dopo il suo maestro Lanzi e il Visconti.
La pubblicazione de La Reale Galleria di Firenze Illustrata, che si cominciò nel 1817 lo ebbe fra i principali artefici, sono suoi i tre volumi sulle Statue, Bassorilievi e Bronzi e i due volumi su Cammei e Intagli.
Con le nuove illustrazioni, che sostituirono quelle superate di Anton Francesco Gori, ebbe elogi perfino dalla rivista milanese Biblioteca Italiana, generalmente non tenera coi fiorentini accademici della Crusca. Fra coloro che intrattennero con lui regolare corrispondenza figurano i più illustri letterati e studiosi dell’epoca, non solo gli amici fiorentini, Capponi, Lambruschini, Niccolini, Rossini e Tommaseo, ma anche stranieri come Federico Schlegel e lo Champollion, lo scopritore della stele di Rosetta.
La sua attività di studioso di arte antica non si fermò soltanto alla pubblicazione dei saggi, ma gli procurò anche l’incarico da parte del Granduca di Toscana Leopoldo II di fare acquisti per le Gallerie fiorentine e con questa mansione fra il 1821 e il 1826 fu a Livorno, Cortona, Roma, Bologna e Napoli.
Fra i diversi incarichi che ebbe, il più importante fu sicuramente quello di essere nominato socio dell’Accademia della Crusca, fu uno dei sei deputati nel concorso bandito nel 1810, nel 1812 uno dei dodici soci residenti, fino a diventarne nel 1817 segretario; un lavoro assai pesante soprattutto nel momento in cui ferveva il dibattito fra toscani e i lombardi della Biblioteca Italiana.
Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati prima dalla morte del fratello Gaetano, che gli lasciò sei figli in miseria, e poi da una grave malattia che lo vinse nel pieno della sua attività nel 1832, all’età di 58 anni.
Gli amici gli fecero innalzare un sobrio monumento funebre nella chiesa di Santo Stefano al Ponte Vecchio.

LE OPERE LETTERARIE

La cultura dell’ abate Zannoni fu essenzialmente classica, quindi avversa alla scuola romantica che si stava diffondendo in tutta Europa, “l’antiquario fedele agli Dei di Omero” come lo definì il Guasti.
La sua opera letteraria è vasta ma frammentaria, sparsa in opuscoli e periodici diversi; la più logica classificazione si può dividere in scritti archeologici e letterari.
Citiamo fra i tanti contributi la collaborazione ai giornali fiorentini L’Ape, Collezione di Opuscoli scientifici e letterari, l’Antologia, cui vanno aggiunti Il Giornale dei Letterati di Pisa, Il Bullettino di Corrispondenza Antologica e il Giornale Arcadico di Roma.
Un altro aspetto della sua copiosa produzione letteraria sono gli scritti burleschi, un settore che aveva in Firenze una antica e prestigiosa tradizione, da Rustico di Filippo al Burchiello, dal Magnifico a Francesco Baldovini. È del 1808 la Cicalata in lode dell’Asino, un componimento giocoso di quelli che si recitavano specie a Carnevale nelle Accademie letterarie, ivi compresa quella illustre e prestigiosa della Crusca. L’intento di questa cicalata è ovviamente satirico, negli asini si riconoscono poeti e letterati del tempo ostili all’autore, che non mancavano in Firenze e altrove. Non si conosce il nome dell’Accademia in cui fu recitata (la definizione di Zannoni è quella di società pappatoria) ma l’intento satirico e dissacrante dell’autore è evidente; il successo fu immediato e non mancarono le lodi di illustri letterati.
L’anno seguente, in occasione delle nozze di Pietro Rinuccini con Teresa Antinori, un altro componimento burlesco, la prefazione alla favola di L’Aracne, un poemetto in versi sciolti estratto da un codice riccardiano e attribuito in un primo tempo a Ottavio Rinuccini, e in una seconda edizione a Paolo Mini.
Nel 1809 fu pubblicata dal libraio Gaspare Ricci in occasione delle nozze di Pietro Rinuccini con la nobile fiorentina Teresa Antinori, l’Aracne, poemetto in versi sciolti, estratto da un codice riccardiano attribuito ad Ottavio Rinuccini. Lo stile tuttavia suscita non poche riserve circa la veridicità dell’attribuzione che, nella seconda edizione, fu poi più ragionevolmente assegnata a Paolo Mini.
Numerose anche le iscrizioni agiografiche fra cui quella per il monumento di Dante nella chiesa di Santa Croce. A queste opere si aggiungano gli scritti in latino e un lungo elenco di elogi di uomini illustri che fu poi pubblicato dal Cavedoni nell’Elogio di lui.
Il suo interesse si allargò anche al campo della critica letteraria con articoli, sulle opere di Esiodo e sulla Cronica del Villani, ma la più importante fu la riedizione del Tesoretto e del Favoletto di Brunetto Latini, paziente lavoro condotto su diversi codici e documenti antichi che fu riconosciuto subito un testo assai migliore dei precedenti e punto di partenza per le edizioni critiche più moderne. Il merito di questi studi fu quello di aver riaperto la questione circa la nascita e la vita del maestro di Dante, in particolar modo Zannoni considera di rilevante importanza l’uso della lingua sostenendo che “il Vocabolario di nostra lingua debba il più che si possa aver fondamento in libri a stampa”.
Non tutti furono d’accordo con questa sua posizione e subito la pubblicazione dell’opera suscitò un vivace dibattito con critiche anche aspre verso l’autore, come S.Ciampi che affermava “in fatto di lingua l’arbitro e il testimone sempre vivo è l’uso”, aspetto non certo escluso dall’opera del nostro; ma non meno numerose furono le lodi pervenute da ogni parte d’Italia.

I QUATTRO SCHERZI COMICI

La sua attenta e partecipe frequentazione della plebe fiorentina, certamente facilitata dalla sua condizione di sacerdote, lo portò a scrivere i suo scherzi comici, quattro in tutto, che sono fra le prime importanti produzioni teatrali in vernacolo fiorentino. Scritte nella lingua della plebe, come egli disse, per un teatro delle marionette, presto furono adattate alle scene e dopo aver ottenuto un notevole successo vennero ritenute fra le migliori commedie del primo Ottocento, le sole che in questo periodo riescono a distaccarsi dalla lezione goldoniana.
“In tanta rovina del teatro comico fiorentino, scrive Emilia Ceccherelli, una commedia semplice, piana, morale, verosimile, di ispirazione paesana, popolare, scritta nella lingua viva del popolo, doveva sembrare senza dubbio una liberazione, e venire accolta dal plauso degli intelligenti e dal favore del pubblico che vi trovava rappresentata la sua vita, i suoi affetti, il suo parlare. Così fu delle commedie in vernacolo fiorentino dell’abate Zannoni, le quali, un po’ per i loro pregi intrinseci, un po’ perché reazione contro la commedia straniera, paurosa ed inverosimile, ebbero un pieno successo, e richiamarono alla rappresentazione un pubblico numeroso, quando i giornali stessi lamentavano disertasse alcuni teatri”.
Nel 1819 furono pubblicate le prime due, Le gelosie della Crezia e La ragazza vana e civetta.
La prima non è ancora scritta interamente in vernacolo, solo la Crezia e la Carmelitana (un altro personaggio popolare) lo parlano, il dialogo è quasi sempre in lingua, sia pure popolare. La commedia riesce ad animarsi solo quando entra in scena la Crezia.
Lo stesso nella seconda, non tutti i protagonisti si esprimono in vernacolo, e, come nelle Gelosie della Crezia, il dialogo si anima e riesce veramente comico quando entra in scena qualcuno che parla il vernacolo. “Questa commedia, scrive ancora la Ceccherelli, potrebbe piacere ancora oggi [1908] sul teatro, per la sua comicità, non tutta dovuta al vernacolo, ma in parte anche alle situazioni, e per alcuni caratteri ben disegnati”.
Accanto al grande successo bisogna anche accennare allo scandalo che fecero sul piano della lingua: il segretario della austera Accademia della Crusca che, in un periodo in cui si discuteva animatamente sulla fiorentinità della lingua italiana, aveva avuto il coraggio e la sfrontatezza di scrivere e mettere in circolazione dei lavori teatrali in cui si faceva uso non della lingua aulica e letteraria della grande tradizione trecentesca e umanistica, ma della parlata rozza e becera della plebe dei “camaldoli” fiorentini. Non mancarono i soliti attacchi e aspre critiche da parte di tutta la pedanteria, fiorentina e non.
Il Giornale Arcadico scrisse nel 1822 a proposito della Ragazza vana e civetta (“piena a dovizia di quei vocaboli isquarciati e smaniosi”) che lo Zannoni era stato “acremente ripreso da alcuni accademici di aver dato in questi suoi Scherzi comici una grande arma da taglio in mano agli avversari del parlare fiorentino.
Lo Zannoni si difese e nel 1825, seguendo il consiglio del Muzzi (“ e vi aggiunga quelle altre che ha inedite”) pubblicava la seconda edizione degli Scherzi comici accresciuta di due commedie : La Crezia rincivilita per la creduta vincita di una quaderna, e Il ritrovamento del figlio.
La Crezia rincivilita era stata scritta nel 1810 e rappresentata per la prima volta al teatro dei Solleciti nel 1823. Un vero capolavoro di comicità ; qui la maggior parte dei protagonisti parla il linguaggio vernacolo, così il dialogo appare sempre brioso, genuino; una continua sequenza di frasi argute, doppi sensi, botte e risposte che sgorgano con naturalezza dalla bocca dei personaggi. Un successo che anche ai giorni nostri riesce ad attirare l’attenzione del pubblico e della critica.
Di minor valore l’ultima commedia, Il ritrovamento del figlio, lo riconobbe anche l’autore, più frutto “del capriccio che di matura considerazione”, qui solo il secondo atto si anima di una colorita lite fra donne in strada che si accapigliano e vengono poi divise da un merciaio presente.
Con i suoi scherzi lo Zannoni è ormai ritenuto il vero fondatore del teatro in vernacolo fiorentino. Scrive L.M. Personè nell’introduzione alle Cronache del teatro fiorentino di Bucciolini: “Lo Zannoni non si ferma al vernacolo, ossia alla forma o all’esterno, ma, attraverso il vernacolo, penetra nella realtà – in tutta la realtà – della gente che parla il vernacolo. Egli ne interpreta le idee e i sentimenti, le ambizioni e le delusioni.” Quello che farà qualche decennio più tardi l’altro “vero creatore del teatro in vernacolo fiorentino” (la definizione è ancora di Personè): Augusto Novelli, e con lui Paolieri, Vitali, Carbocci, Svetoni, Bucciolini e tutti coloro che lo seguirono in questa vastissima operazione culturale e sociale, che seppe creare dal nulla non solo un ambiente e una lingua legata alla parlata della città ma anche a quella del contado fiorentino recuperando sotto questo aspetto la tradizione rusticale che era stata avviata circa due secoli prima dal Buonarroti e dal Baldovini.
E veniamo a presentare gli autori della nuova commedia in vernacolo fiorentino del Novecento, incominciando dall’autore che nel 1908 creò quel suo piccolo capolavoro che ancora viene largamente rappresentata in teatro, Augusto Novelli.


AUGUSTO NOVELLI
FONDATORE DEL TEATRO IN VERNACOLO FIORENTINO


Due immagini di Augusto novelli tratte da La Commedia fiorentina


Augusto Novelli nacque il 17 gennaio del 1867 a Carmignano. La sua formazione è essenzialmente autodidatta e fin da giovanissimo cominciò a frequentare l’ambiente del teatro che gli era congeniale più che la scuola, della quale fece appena le prime tre classi elementari.
Le sue prime opere teatrali furono La capanna del veterano e La Società dei senza testa); nel 1885, diciannovenne, scrisse una farsa (Una sfida ai bagni) per la compagnia di filodrammatici di L.Corsini che fu rappresentata al Teatro Rossini di Firenze.
A questa commedia (che diventerà in seguito Un campagnolo ai bagni) se ne aggiunsero altre due comiche ispirate al teatro francese, L’amore sui tetti e Linea Viareggio-Pisa-Roma; poi i drammi ispirati ai temi della società e della famiglia, Per il codice e I Mantegna.
La sua attività lo portò così a contatto con la critica ufficiale fino a considerare l’idea della creazione di un vero e proprio teatro fiorentino in vernacolo che doveva portare all’abbandono della maschera di Stenterello, ormai superata dai nuovi tempi.
Novelli riuscì a vincere lo scetticismo della critica che riteneva, come scrive, il nostro vernacolo poco adatto per “lavori veramente saporiti”.
Ridusse quindi in fiorentino una scenetta del teatro milanese dialettale, La me voer, che lui ribattezzò Pollo freddo, superando in un sol colpo tutte le vecchie scenette vernacole e le “stenterellate”. La stampa, correva l’anno 1892, non apprezzò molto l’esperimento ma il giovane Novelli non si dette per vinto.
Fu anche arrestato e incarcerato per 15 mesi per questioni politiche, le sue idee socialiste non coincidevano proprio con l’italietta crispina di fine secolo, e proprio durante la rappresentazione del suo lavoro in lingua Il Codice, fu ammanettato e rinchiuso alle Murate; qui scrisse un atto drammatico, “Il morticino”, che venne rappresentato nel 1893, mentre era ancora in carcere, al teatro Salvini (poi Imperiale, poi Capitol).
Quel lavoro dimostrava che anche il vernacolo si prestava bene alle rappresentazioni drammatiche e il successo che ottenne lo incoraggiò a scrivere altre opere. Seguì poco dopo un altro lavoro in due atti, questa volta comico, “Purgatorio, Inferno, Paradiso”, che fu rappresentato nel 1894.
L’autore aveva così dimostrato, come scrisse sedici anni dopo nella prefazione all’”Acqua cheta”, che “il vernacolo si adatta benissimo anche alle scene tristi e drammatiche, che lo stesso linguaggio può del pari riuscire efficacissimo nelle situazioni comiche”.
Tuttavia questi interessanti tentativi rimasero isolati, anche perché la compagnia di Alceste Rossini non aveva nessuna intenzione di mettere da parte la maschera obsoleta ma ancora apprezzata di Stenterello.
Fu soltanto con l’intervento di Andrea Niccòli che il progetto di rinnovamento prese forma. Ce lo racconta Giulio Bucciolini nelle sue particolareggiate Cronache teatrali. Nel 1907 al teatro Alfieri di Firenze si festeggiava con un banchetto il grande attore Andrea (Dreino) Niccòli che si preparava ad affrontare il viaggio nell’ America latina, dove era stato invitato per una tournée. Augusto Novelli, salito sul palco a parlare, riuscì invece a persuadere l’attore fiorentino a tentare la fortuna con un nuovo progetto di teatro, impegnandosi a scrivere una commedia più nuova e moderna. Anche il pubblico presente acclamò a gran voce Novelli che promise di scrivere un atto prima della partenza di Andrea.
Di atti invece ne furono scritti tre che furono rappresentati il 29 gennaio del 1908 col titolo “Acqua cheta”. Era nato il teatro fiorentino moderno che, secondo Silvio D’Amico, Novelli “fabbricò tutto da solo”.
Il pubblico foltissimo acclamò la commedia; non così la stampa. Il “Nuovo Giornale” approvò l’esperimento; “La Nazione” apparve scettica e il suo critico, Giulio Piccini (Jarro) scrisse un articoletto di ordinaria amministrazione senza firma, con qualche lode annacquata ma sottolineando il gradimento del pubblico.
Mario Ferrigni invece, il critico del “Nuovo Giornale” capisce subito (anche se con qualche riserva circa certe “espressioni vernacole che oltrepassano il limite assegnato allo spirito umano e garbato”) che l’”Acqua cheta” è il capolavoro di Novelli.
Scrisse ancora Giulio Bucciolini: “L’ Acqua cheta è comunque una commedia ben fatta, semplice nella sua struttura ma salda, un po’ più debole nella condotta del terzo atto: ricca di caratteri e di tipi, che sono diventati popolari, come quelli di Ulisse e di Stinchi bacalaro. Dialogo spontaneo, saporito e spiritoso, senza sforzo. Il suo grande successo a distanza di 50 anni continua”. Dopo la prima il successo di pubblico fu clamoroso: 26 repliche consecutive



Frontespizio della rivista La Commedia fiorentina che pubblicò nel gennaio 1930 L’acqua cheta


In seguito ne fu fatta anche un’edizione in versi (dello stesso autore) cui furono aggiunte le musiche di Giuseppe Pietri che Cea, autore degli “scampoletti” in calce alla rivista “La Commedia Fiorentina”, sembra non apprezzare molto, poiché scrive: “Il Novelli commise per il primo la balordaggine di ridurre in versi la deliziosa Acqua Cheta per farla musicare ... lardellata di musica, anche buona ... andò in mano a quel qualunque comico o cane che fosse”. Seguì anche una preziosa edizione con le illustrazione degli Alinari, infine un film realizzato nel 1933 da G.Zambuto.
La compagnia di Andrea e Garibalda Niccòli, nonostante alcuni malintesi e contrasti con l’autore fu l’interprete ideale di molti lavori del Novelli e portò ancora al successo Acqua passata (1908); Casa mia...casa mia, L’ascensione e L’Ave Maria (1909); Gallina vecchia (1911); La Cupola (1913); Canapone (1914) dove erano trattati temi realistici o storici.
Augusto Novelli fu anche giornalista (a 20 anni dirigeva Il Vero Monello), autore di liriche, bozzetti d’ambiente e spettacoli di rivista, fra questi ultimi Firenze a zig-zag (1912) e La Kultureide (1916).
Dopo essersi ritirato a vita privata, Novelli scomparve unanimemente compianto, il 7 novembre del 1927.
Il testo completo delle sue opere fu pubblicato in dodici volumetti dall’editore Bemporad.

 

FERDINANDO PAOLIERI
IL CANTORE DELLA CAMPAGNA



Generalmente viene scritto di Paolieri che è stato “un novelliere che fece anche del teatro”. Nato a Firenze nel 1878 da un avvocato, deluse le aspettative del genitore abbandonando gli studi liceali per iscriversi all’Accademia delle Belle Arti, ove fece la conoscenza col vecchio Fattori che lo avviò allo studio della natura e alla frequentazione dell’ambiente semplice e genuino dei campi che sarà lo sfondo di quasi tutti i suoi lavori, dalla commedia, alle novelle, alla poesia.
L’amore per la pittura (ebbe anche una breve frequentazione dell’ambiente artistico parigino) lascerà presto il posto a quello per il giornalismo; lo troviamo poco più che ventenne nella redazione del quotidiano fiorentino “Il Fieramosca”, di cui diventerà capo redattore nel 1905. Insieme agli amici Giuliotti e Tozzi fonderà anche la rivista “La Torre”, foglio piuttosto reazionario che darà voce all’integralismo cattolico e ribalterà la sua originaria formazione anticlericale di matrice carducciana; la vita del giornale ebbe comunque una breve durata.
Risale a questo periodo anche il suo poema in ottave “Venere agreste” (1908) con cui tenterà la strada della poesia.
E’ l’epoca in cui a Firenze sta nascendo il teatro in vernacolo auspicato (e creato) dal Novelli.
Paolieri non condivide l’idea novelliana e parla di “oscena bestemmia di una letteratura vernacola”.
Ma ormai ne aveva assimilato il liquore con la sua frequentazione della campagna fiorentina, prima come pittore e poi come cacciatore: Impruneta, poi Greve dove entra in contatto divenendone presto amico con lo scrittore Domenico Giuliotti.
Fu così che nacque quel “ghiribizzo filologico” che lo portò a scrivere la commedia “I’ Pateracchio”, scene di vita della campagna toscana, con cui nel 1909 vinse anche il premio Bastogi, generosamente creato dal marchese omonimo per il rilancio del teatro fiorentino.
Nel 1910 la commedia è rappresentata dalla compagnia Niccòli con grande successo di pubblico e di critica.



Dreino Niccòli, interprete de I’pateracchio, frontespizio di uno dei primi numeri de La Commedia fiorentina

Nella prefazione alla prima edizione della commedia, aveva dichiarato che non avrebbe più scritto commedie in vernacolo, ma già nel 1911 la compagnia del Niccòli si presentava all’Alfieri con una nuova sua commedia, “Il chiù”; era il 3 febbraio del 1911 e fu ancora un altro clamoroso successo.
L’anno dopo Paolieri esce con “Gli Antidiluviani”, rappresentata ancora all’Alfieri nel 1912; questa volta la trama affronta un conflitto generazionale che vede di fronte due anziani coniugi fornaciai di Impruneta (gli antidiluviani) e il loro figlio, di vedute moderne che mette incinta una giovane figlia della vecchia serva che poi sposerà dopo aver messo in confusione tutto l’ambiente familiare. Ancora una superba prova di Andrea e Garibalda Niccòli.
Fa seguito un insuccesso, “Gli Spostati”, che forse per la materia trattata assai meno popolare (una satira della cultura del tempo) non convince il pubblico fiorentino.
L’autore si rifà subito dopo con “La Madonna di Giotto”, rappresentata al teatro Argentina di Roma e risultata un successo anche fuori di Toscana. La trama è piuttosto semplice, la vicenda si svolge nella campagna fiorentina e racconta la storia di una famiglia contadina rovinata dai debiti contratti con un usuraio che progetta di risanare l’economia vendendo il prezioso quadro (la Madonna ritenuta di Giotto) in loro possesso.
All’ epoca della prima Guerra Mondiale (1915) Paolieri divenne critico teatrale nel prestigioso quotidiano fiorentino “La Nazione”, succedendo a Giulio Piccini (Jarro); l’anno prima aveva dato alle stampe la sua raccolta di “Novelle toscane”, un’opera dove “vi è conservato, col rispetto alla lingua, nostra gloria purissima da Dante in poi, anche il rispetto alle tradizioni di castigatezza, di sobrietà, di fede”. Dopo la parentesi della guerra a cui partecipa come volontario, Paolieri riuscirà a riscuotere ulteriori successi: romanzi, articoli, un dramma religioso.
In collaborazione con Luigi Bonelli scriverà ancora “Stenterello e il Granduca” (1924) andato in scena all’Alfieri nel febbraio del 1924 ma senza il successo che l’autore si aspettava. La commedia fu poi musicata da Alfredo Cuscinà che la trasformò in operetta.
Il 5 maggio del 1928, trascorsi pochi mesi dalla scomparsa di Augusto Novelli, se ne va dopo una lunga malattia anche Ferdinando Paolieri.
Il teatro fiorentino è privato in poco tempo dei due suoi maggiori autori.


GIULIO BUCCIOLINI



Giulio Bucciolini nacque a Firenze il 3 febbraio 1887 e cominciò prestissimo ad affermarsi come scrittore e commediografo; forse non esiste nel panorama della drammaturgia toscana un autore così prolifico come lui, di cui si contano circa una trentina di lavori teatrali.
La sua prima opera, Fuoco Morente, fu rappresentata a Firenze nel Teatro Rinuccini di via S.Spirito nel 1907, Bucciolini aveva appena vent’anni, ma si annunciavano da parte dell’Accademia Filodrammatica altri suoi lavori: il dramma in tre atti Alla macchia, il monologo Che sfortuna!, l’atto unico Ballottaggio. L’anno seguente nasce, come ognuno sa, il teatro in vernacolo fiorentino con L’acqua cheta di Augusto Novelli, al quale, come ognuno sa, non piaceva avere concorrenti. Invece due anni dopo fu bandito il concorso Bastogi che ci fece conoscere come drammaturgo Ferdinando Paolieri, un altro cantore della campagna fiorentina. Scrisse allora Bucciolini che “L’esistenza del nostro teatro è ormai assicurata, ma a condizione che allarghi ancora le sue basi e non si cristallizzi nell’ambiente che ha fatto la fortuna del suo rianimatore”.
Nello stesso anno, il 1910, al Teatro Salvini fu rappresentato quello che è forse il suo lavoro teatrale più noto, Il piovano Arlotto.
Nel frattempo Bucciolini si laureava in giurisprudenza all’Università di Siena, ma solo per poco tempo si dedicò all’avvocatura, la sua passione per il teatro lo portò prestissimo ad occupare il posto di critico teatrale al quotidiano La Nazione e a collaborare, sempre nello stesso campo ad altre riviste dell’epoca. Dal 1915 il suo lavoro fu dunque quello del giornalista, e prese il posto di Ferdinando Paolieri nel frattempo richiamato alle armi.
Come giornalista seppe subito inimicarsi Augusto Novelli, che nel frattempo aveva rotto con il grande attore Andrea Piccoli, ma questa “ribellione alla dittatura novellina, come scrive Paolo Emilio Poesio, ebbe un riscontro sensibile nello sviluppo della drammaturgia fiorentina” che vide l’affermazione di un consistente numero di giovani autori in vernacolo: oltre Paolieri, Enrico Novelli, Guido Mazzuoli, Giovacchino Forzano, Giuseppina Viti Pierazzuoli, Bruno Carbocci, Nando Vitali, Ugo Palmerini.
Fu merito del suo Piovano Arlotto se la compagnia Niccòli, dopo l’improvvisa scomparsa di Dreino, si risollevò con le ventisette repliche della commedia, che Raffaello, il figlio di Andrea,
ribattettezzò Le burle del piovano Arlotto.
Il pubblico seppe apprezzare quei lavori in cui la storia era inserita nella vita della campagna fiorentina, con i suoi personaggi, il lavoro dei campi, la semplicità e la spontaneità delle genti contadine. Nel 1923 ecco il Giocondo Zappaterra, che fu apprezzato dal critico e storico del teatro italiano Silvio D’Amico, che parlò di un testo “vivo, campagnolo,odoroso di terra, di grano, di vino”. Seguirono altre commedie in vernacolo fra cui la deliziosa Fiera dell’Impruneta.
Negli anni intercorsi fra le due guerre la produzione di Bucciolini fu in lingua, ma dopo la scomparsa di Novelli, Paolieri e la Garibalda il tatro fiorentino seppe rinnovarsi con la commedia musicale che riscosse un enorme successo grazie a lavori come Il gatto in cantina di Nando Vitali, e il Giocondo Zappaterra del nostro, ambedue musicati da Giuseppe Pietri che firma la musica anche de L’acqua cheta di Novelli.
Questo genere continuò ancora a riscuotere consensi, segnaliamo Il diavolo in sagrestia di Riccardo Melani musicato da Riccardo Morbidelli, e 77 lodole e un marito di Bucciolini con musiche del maestro Alfredo Cuscinà.


Una delle ultime immagini di Giulio Bucciolini con il sindaco di Firenze Piero Bargellini

Nota ancora Poesio che “i tempi si avviavano ad essere neri. Dapprima l’imposizione del regime fascista di abolire il teatro in dialetto o in vernacolo, poi la guerra”. Pochi anni prima il giovane e promettente attore comico Giulio Ginanni era stato bastonato a sangue dai fascisti per il suo monologo sul Sindaco (scompare improvvisamente poco tempo dopo a soli 27 anni) infine anche il tempio del vernacolo fiorentino, il glorioso teatro Alfieri, cadrà sotto i colpi del piccone di regime.
Ma l’attività del teatro in vernacolo non fu stroncata e apparvero sulle scene nuovi attori e nuovi drammaturghi che permisero al teatro in vernacolo fiorentino di sopravvivere ancora a lungo, fu la televisione casomai relegare questa arte ai limiti della sopravvivenza. Bucciolini scriverà ancora opere di successo come La baronessa schiccherona, La fine del mondo, C’è sotto qualcosa, La donna più bella del mondo, Signori di campagna, La mi’ socera la fa le faville, Ragazze da Marito, Bambine e cavalloni. Con questi lavori si faranno strada nuovi attori e attrici come Wanda Pasquini, Cesarina Cecconi, Dory Cei, Giovanni Nannini.
L’ultima cosa che ci preme sottolineare della lunga attività teatrale di Giulio Bucciolini, è il suo lavoro di critico per il quotidiano fiorentino La Nazione, una lunga storia che ricopre l’arco di oltre mezzo secolo di vita teatrale, dal 1908 fino alla metà degli anni sessanta, che è stata raccolta e pubblicata da Luigi Maria Personnè nel 1982 in un bel volume Cronache del teatro fiorentino, edito da Olschki, una delle maggiori fonti per ricostruire la storia della commedia in vernacolo fiorentino.
Giulio Bucciolini è scomparso nel 1974.

VIRGILIO FAINI



Pittore e pubblicista, fine riproduttore di stampe antiche, Faini ebbe fin da giovane anche una grande passione per il teatro ed esordì nel 1914 con “Una spina ni’ core”, una bella e piacevole commedia, ricca di dialoghi divertenti e spiritosi, con una particolare attenzione al problema sociale di quell’epoca.
Anche se la compagnia che per prima la portò in teatro non era del livello di quella del Niccòli, quel suo primo lavoro ebbe un notevole successo ed ottenne numerose repliche.


Illustrazione di Vichi per La Commedia Fiorentina

Nel 1923 la commissione della STAF prescelse ancora una sua commedia, “L’Osteria del pennello”, una storia brillante ambientata nel Cinquecento e costruita sulla figura del pittore Mariotto Albertinelli, uomo faceto e amante delle burle; il titolo allude al ritrovo preferito degli artisti fiorentini di quell’epoca.
Nel 1929 la rivista mensile La Commedia Fiorentina assegnò il primo premio ad un lavoro che Faini scrisse insieme a Giulio Bucciolini, “Il poeta Fagioli”. L’opera, andata in scena al Teatro Alfieri nello stesso anno ebbe un discreto successo. Scriveva il critico teatrale Yambo sul Nuovo Giornale: “Il teatro era ieri sera molto affollato. Gli amici del teatro fiorentino hanno sentito l’odore del successo dal nome degli autori”.
Si tratta di una burla in tre atti ambientata nella Firenze di fine Seicento e liberamente ispirata alle facezie del poeta e commediografo Giovan Battista Fagioli; 28 repliche di seguito e grandi consensi.
Nel 1931 Faini si cimenta con una commedia musicata dal maestro Ugo Franceschi, “La civetta e il barbagianni”. La trama era piuttosto esile (la nipote di un sagrestano che con la sua civetteria attira le bramosie dei giovani ma in segreto è innamorata di un pittore per cui posa, facendolo passare per bigotto); i felici brani musicati dal Franceschi rendono vivace la trama e la commedia ottenne numerosi applausi e molte repliche.
Si arriva così all’ultimo dopoguerra, un periodo che fa segnare una notevole ripresa del teatro fiorentino in vernacolo.
Il 27 luglio del 1953 va in scena al Teatro Giardino in piazza D’Azeglio “I’ due di briscola”, tre atti piacevoli che divertirono il pubblico; il due di briscola è il marito succubo di una moglie autoritaria tutta intenta a cercare un ricco marito alla figlia.
Nel 1958 ancora al Giardino la compagnia Niccòli va in scena con “La ricetta di Menanni”, storia di un vitalizio e relative burle ai danni di un’ affittacamere. Sempre nello stesso anno, a settembre, ormai quasi novantenne, Faini riesce ad ottenere ancora applausi con “Piuttosto mi butto in Arno”, tre atti comici che narrano la storia di una ragazza che con tale minaccia cerca di evitare il matrimonio progettato dal padre contro la sua volontà.
Nel 1959 un altro successo al teatro Cupolone con la novità “Babbo, cambia moglie”, un lavoro comico-sentimentale sul genere del suo fortunato esordio “Una spina ni’ core”; fu Dory Cei a portarlo al successo con una moderna e intelligente regia.
Nel giugno del 1959 si festeggia il decimo anno di attività del teatro giardino di Piazza D’Azeglio, dal 1949 quando riprese a funzionare dopo la lunga e tragica parentesi della guerra.
Il vecchio Faini celebrò l’anniversario con un nuovo lavoro: “È nato Stenterello”, un’opera in cui viene ricostruita la vita dell’inventore della celebre maschera fiorentina, Luigi del Buono, l’orologiaio dalla burrascosa vita familiare e attore comico a tempo perso. Nel secondo atto, l’autore ricostruisce la scena del teatro Ognissanti, il luogo dove si rappresentarono le “stenterellate” più celebri. E’ questa la parte più felice della commedia.
Ultranovantenne Virgilio Faini può ancora assistere alla sua commedia giovanile “Mi sento celebre” che fu data al teatro Lido nel 1962.


BRUNO CARBOCCI



Carbocci nasce a Firenze il 6 giugno 1889 in uno dei quartieri più popolari della città: il Ponte Rosso. La famiglia era di umili origini, il padre, calzolaio, lo fece studiare con grandi sacrifici finché si diplomò a soli 15 anni come maestro elementare, mestiere che esercitò nelle scuole del comune di Firenze.
Intraprese anche lo studio della musica diplomandosi in pianoforte nel 1911.
La passione per il teatro lo prese fin da giovane e a 17 anni scrisse la commedia “Il debutto” che fu poi rappresentato con successo a Viareggio dalla compagnia di Andrea Niccòli (1909), un lavoro piuttosto semplice nella trama che fu apprezzato anche dal critico Piccini Giulio (Jarro) che ne lodò “la misura, rarissima in uno scrittore di vent’anni”.
Seguì l’anno dopo “Il dubbio” (1910), una commedia in tre atti La Mummia, un bozzetto in un atto di ambiente contadinesco. Addio mia bella, addio, che fu rappresentato al teatro Salvini, e un dramma in tre atti, Italia mia, che in un concorso drammatico si classificò quinto su 350 concorrenti, ma non fu mai rappresentato.
Seguì poi un periodo di silenzio in cui il teatro fiorentino è quasi monopolizzato da Augusto Novelli e nel 1919 un’altra commedia, “Cavalleria e Pagliacci”.
Nel 1922 ci fu un concorso indetto dalla STAT per incrementare lo sviluppo del teatro fiorentino; Carbocci si classifica secondo con il dramma “Autunno”, rappresentato in teatro nel settembre dello stesso anno, riscuotendo molti applausi da parte del pubblico ma con un’accoglienza tiepida da parte della stampa.
All’inizio del 1924 scrive la commedia comica “La moglie bella” che piacque per la scorrevolezza e il dialogo ben impostato, un grande successo che lo fece balzare di colpo ai primi posti nella scala di valori del teatro vernacolo fiorentino; ne vennero date molte repliche.
Sempre nello stesso anno la compagnia Niccòli rappresentò l’altra sua commedia “Mamma”, una grande e superba interpretazione della Garibalda, che entusiasmò il pubblico fiorentino per la drammaticità con cui seppe rendere la storia.
E’ il periodo più fortunato e più intenso di attività di Carbocci che continua la serie positiva con altri lavori di grande successo. Nel 1923 furono date tre sue commedie, “Bona gente”, “La famiglia” e “La Capannuccia”.


Prima edizione della commedia con una bella immagine della "Sora Garibalda"

Con la prima l’autore “continua la serie delle sue mamme” come ebbe a scrivere Giulio Bucciolini. Anche Ferdinando Paolieri, ne sottolinea il successo scrivendo su LA NAZIONE: “Il successo fu quale, in venticinque anni di professione non mi è mai avvenuto di vedere”.
Le repliche di “Bona gente” arrivarono fino alla fine della stagione teatrale.
Anche “La Capannuccia”, una commedia tutta sentimento che fu rappresentata dalla compagnia Niccòli al teatro Argentina di Roma fece registrare un colossale successo consolidando la fama dell’autore. A novembre nello stesso teatro viene data “La famiglia” che ottenne ancora notevoli consensi di pubblico e di critica. Scrive Guido Chiari: “Qui la perfezione della commedia vernacola è raggiunta”.
Va segnalata anche un’opera comica musicale “Toscana innamorata” che fu rappresentata nel Teatro alla Pergola nel 1925 interpretata dalla compagnia Attori riuniti; l’accoglienza del pubblico fu calorosa e Carbocci si presentò, oltre che come autore del testo, anche autore della musica e direttore d’orchestra, dimostrando un buon gusto e abilità che gli valsero il consenso della critica.
Volle ancora sperimentare il genere comico prima con “Pazza gioia” e poi con “I fidanzati” data nel 1926 a Livorno, un piccolo insuccesso che dimostrò tuttavia le sue ottime qualità di autore, pur ripetendo la “caduta” all’Alfieri di Firenze.
Ma Carbocci si rifece dell’insuccesso nel settembre successivo con “I’ Morino”, storia di un ragazzo grande in quattro atti. Il debutto avvenne a Prato e nel gennaio del 1927, l’Alfieri ne consolidò il successo con molte repliche lungamente applaudite.
La commedia affronta la storia semplice di un ragazzo orfano di madre colto nel suo difficile adattamento alla nuova situazione familiare che si era venuta a creare col secondo matrimonio del padre.
Grandi lodi da due dei maggiori critici, oltre che autori, del teatro fiorentino Paolieri e Bucciolini; quest’ultimo scrisse su IL NUOVO GIORNALE: “La vera commedia del Carbocci non sta nella trama, ma nel sapore, nel colore, nella espressione che egli ha saputo dare a dei quadri di vita vissuta in cui la poesia è fatta di piccoli particolari”.
Per la compagnia Niccòli Carbocci scrisse ancora “La sora priora” (1928), grande successo di pubblico con 40 repliche ma non altrettanto di critica; “Zulibbe”, carnevale del 1929, una commedia drammatica di intreccio un po’ complicato ma che fa parlare il Chiari di una “bella inimitabile semplicità carbocciana”.
“Il cantuccino” (1930) inaugura la serie di commedie dopo la scomparsa dei più validi protagonisti del teatro vernacolo fiorentino: Novelli scomparso nel 1927, Paolieri nel 1928 e Garibalda nel 1929. La commedia si avvale di un buon primo atto che però non mantiene le promesse negli altri due.
Anche la seguente, “Nastro rosa”, commedia comico-sentimentale in cui si affronta l’arduo tema dell’educazione dei figli, non raggiunse l’apice del successo, nonostante un mese di repliche che non riuscirono, come scrisse Bucciolini, “a colmare il gran vuoto lasciato dalla scomparsa dell’indimenticabile Sora Balda”.
“Il mommo” (1931), fu invece fra le più indovinate di Carbocci, grande successo di pubblico con molte repliche.
Poi seguirono i lavori scritti per la compagnia di Irma Romanelli e Guido Catelani: “Zio Fello”, “Rospaccio”, “Via dell’Ariento”, “Sole d’inverno” e “La mamma malata”; infine per la compagnia Attori Riuniti, “Giogi” (1949) e per la compagnia Cinali-Certini “I due secoli (Madama Dorè)” (1952).
Nel 1953 un’altra novità al teatro L’Amicizia di Porta a Prato, la commedia drammatica “Popolo”, un nuovo successo che conquistò il pubblico.
Carbocci torna ancora al suo pubblico al nuovo teatro Giardino con la commedia “Vecchio Ponte Rosso”, vecchi ricordi dell’infanzia che fu portata al successo da Wanda Pasquini.
La sua attività si estese anche al teatro in lingua con “Anime”, interpretata dallo Zacconi, “Come si muore”, “Italia mia”, “Casa di bimbi” e “Chiesina di campagna”. È scomparso nel 1956 a 67 anni.


NANDO VITALI


Autore di canzonette, giornalista e poeta, Nando Vitali esordisce al teatro della Pergola di Firenze nel settembre del 1926 con la commedia “Lo zio d’America”, tre atti brillanti ricchi di spunti ripresi dalla vita quotidiana; il suo lavoro piacque, non solo per la pregevole interpretazione di due grandi del teatro fiorentino, Garibalda e Raffaello Niccòli, ma anche per quella semplicità genuina che caratterizza molte delle commedie fiorentine. Anche la critica accolse positivamente questa sua prima esperienza teatrale sottolineandone le “piccole trovate nelle quali è vivo il senso del teatro” (Giulio Bucciolini su “La Nazione”), ma fu soprattutto il pubblico a convalidare il successo del giovane autore: venti repliche alla Pergola e altrettante in provincia. Con questo lavoro di Nando Vitali nel 1927 inizieranno le pubblicazioni de “LA COMMEDIA FIORENTINA, la rivista mensile fondata da Arminio Messeri, seguitissima e amata da un grande pubblico, che sarà edita regolarmente fino al 1933.



Il primo numero della rivista diretta da Arminio Messeri


L’anno seguente viene dato all’Alfieri “Filodrammatici”, commedia più complessa che affronta il mondo variegato del palcoscenico, con tutti i piccoli e grandi drammi che accadono dietro le quinte.
“La commedia ha il merito di trasportarci, scrive sempre Bucciolini su “La Nazione”, in un mondo che non era ancora stato sfruttato per il teatro vernacolo...tocchi felici, scorci efficaci”. Ancora un successo cui fece seguito, sempre nello stesso anno, un altro clamoroso, al teatro Verdi, “Brigata Firenze”, scene di fiorentini al fronte. Il trionfale successo che ne seguì fece dire al critico Alfredo Taviani “Ci scusi l’autore. Gli applausi furono rivolti a lui o a quel fante che per 41 mesi sopportò tutti i disagi del silenzio, con gioia, oscuro ricostruttore della patria?”
Successo genuino e meritato perché non è impresa certo facile portare in teatro le scene di trincea, ma Vitali seppe mostrare “forza di mezzi poetici non meno che drammatici”.
Nel dicembre del 1927, era da poco più di un mese scomparso Augusto Novelli, Vitali presentò, ancora al teatro Alfieri, “Bisognino fa trottar la vecchia” commedia destinata a restare uno dei suoi successi più duraturi, venti repliche consecutive che nemmeno il tempo riesce a scalfire e ancora oggi l’opera viene riproposta con immutato successo.
Il 1929 fu l’anno di “Ragazzaccio”, un tentativo, scriveva Guido Chiari, di uscire dai confini che sembravano inviolabili del teatro fiorentino; la rappresentazione fu affidata alla compagnia Niccòli, quattro quadretti sulla poesia della campagna, pura e semplice, resa con fresca spontaneità. L’accoglienza del pubblico fiorentino fu calorosa ed ebbe un gran numero di repliche.
Nel luglio del 1929 moriva a Montecatini la grande Garibalda e Raffaello Niccòli fu costretto ad appoggiarsi ad un sodalizio di amatori sorto per risollevare le sorti della commedia in vernacolo.
Furono pochi appassionati che dettero vita al “Gruppo degli Amici del teatro fiorentino”. Si ricominciò la stagione al teatro Alfieri con due nuovi lavori, “Il cantuccino” di Carbocci e “Il sor Antonio” di Nando Vitali, quest’ultima una commedia “che introduceva nel nostro teatro un senso introspettivo e intimista” (Bucciolini). La stampa di allora sottolineò la superba interpretazione del Niccòli parlando di una delle sue migliori interpretazioni.
Vitali presenterà nel dicembre ancora una novità, “Il supplizio di Tantalo”, che poi riproporrà modificandone il titolo in “Cappone”. Si tratta della storia di Bozzolo, figura anomala di un popolano che vive arrangiandosi con piccoli furti non sapendo fare altro.
Il 1930 fu l’anno di un altro suo grande successo, “Il gatto in cantina”, commedia musicale con cui l’autore riuscì a rivitalizzare il teatro fiorentino. Fu un periodo veramente felice per questo tipo di lavori che vennero replicati per 60-70 volte; questo di Vitali fu musicato da Salvatore Allegra, che si era già cimentato con “La fiera dell’Impruneta” di Bucciolini; andato in scena all’Alfieri nel febbraio resse il cartellone per settanta sere di seguito. Vitali farà musicare all’Allegra anche “Pollo freddo” di Novelli, che andrà in scena col nuovo titolo “Il sogno di una notte”; ancora un grande successo per questa accoppiata.
Un’altra commedia ambientata nel nostro Risorgimento fu “La bella vivandiera”, storia di Carmela, fanciulla partita da Firenze col fidanzato al seguito dei volontari toscani che parteciparono alla battaglia di Curtatone.
Fu il più importante successo del 1934, un periodo non molto florido per il teatro fiorentino che riportò anche Vitali alla sua non abbandonata attività di poeta.
La ripresa avvenne nel 1939, dopo la conclusione delle manifestazioni medicee organizzate dal Centro studi sul Rinascimento, quando venne rappresentata con successo “La Clizia” di Machiavelli.
Per l’occasione fu costituito anche un comitato per la rinascita del teatro toscano e Nando Vitali si presentò ancora con una novità, “Uno dei nostri”.
Fu ancora un momento felice per attori e registi che all’epoca erano confluiti nel teatro sperimentale del GUF, in via Laura.
La vicenda ricostruisce la storia di un grande fiorentino, Antonio Meucci, che aveva dato fama all’ Italia con la purtroppo sfortunata e ignorata invenzione del telefono. La scena si svolge nei pressi di New York e affronta la figura dell’inventore colta in tre momenti della sua vita.
Dopo la parentesi della guerra, nel tentativo di rinvigorire il teatro fiorentino, anche Raffaello Niccòli scriverà insieme a Vitali una commedia in tre atti, riprendendo il tema de “Lo zio d’America”: “S.Friano street”, che andò in scena nel 1947 al Radar, un teatro ricavato nell’ ex-sede della GIL (poi cinema teatro Cristallo) in piazza Beccaria.
Nel 1950 ancora un nuovo lavoro, “Vigili urbani”, commedia che portò per la prima volta sulla scena un ambiente caratteristico e personaggi della vita cittadina, era il 90° anniversario della fondazione del loro corpo. Fu un grosso successo che ebbe numerose repliche e fu seguito dall’atto unico “Paciocco”, storia di un ubriacone e ladro che vende al giornale “Il Fieramosca” una notizia esclusiva, quella della sua morte, facendosela pagare in anticipo.
Seguono cinque anni in cui Vitali resta lontano dalle scene, rifacendosi vivo soltanto nel 1956 con la novità “Firenze..Orvieto..Amore”, rappresentata al teatro Giardino di Piazza D’Azeglio, commedia fresca e graziosa che si svolge tutta in treno, in uno scompartimento di seconda classe. Tre atti che piacquero molto a critica e pubblico.
Ricordiamo infine che oltre all’attività di scrittore drammaturgo e giornalista, Nando Vitali fu autore di piacevoli testi per canzoni (Sul filobus di Fiesole, Ne avevo una…, Signora Beatrice…) e di un libro che pochissimi conoscono, “I racconti del giglio rosso” dodici “scene” illustrate da Marcello Guasti, di fatti e personaggi della storia e della leggenda fiorentina; un raro volume pubblicato in soli trecento esemplari come saggio finale degli allievi grafici dall’ Istituto Professionale “L.da Vinci” di Firenze nel 1965.


UGO ROMAGNOLI (Max Dupon)

Scrittore a tempo perso (la sua attività fu fino al 1927 la direzione dell’Istituto delle Case Popolari) pubblicò le sue prime opere con lo pseudonimo di Max Dupon, poi abbandonato dopo il successo delle sue commedie.
Scrittore poliedrico, la sua attività letteraria spaziava dalle novelle al romanzo, dal saggio alla commedia; non fu soltanto un semplice commediografo ma anche un attento studioso e cronista del teatro vernacolo fiorentino. E’ suo il volumetto che racconta la vita e la storia della più famosa attrice della commedia: Garibalda Landini Niccòli. Altre opere sono “Piccole storie”, “Il diavolo e la suocera”, “I Medici storia e leggenda”, “Ginevra degli Almieri”, inoltre il libro per ragazzi “Crespino e Marmotta” e i romanzi “Il re di Marenco”, “Le martiri del chiostro” e “L’Italia s’è desta”; infine insieme a Ettore Petrolini “Patalocco”.

La sua commedia “I’ Formicolone” fu messa in scena per la prima volta il 26 giugno del 1920 a Prato. Lavoro agile e divertente, racconta la storia di Giulia, figliola del carbonaio Gianni, ragazza che si monta la testa a causa della improvvisa ricchezza del padre, che poi rifiuta di sposare il giovane di modeste condizioni che le aveva sempre voluto bene, finendo poi per perdere la testa per un damerino ricco ed elegante ma che la metterà in mezzo insieme a suao padre. Il lieto fine conclude tuttavia la commedia, che allarga quel canovaccio già affrontato dallo Zannoni nella “Crezia rincivilita” e da Novelli nella sua “Acqua cheta”.
Ormai raggiunta una certa fama, anche come romanziere, fondò la S.T.A.F. (Società Teatrale Artistica Fiorentina) che si mise in concorrenza con la compagnia di Augusto Novelli nel tentativo di superare il dissidio che si era venuto a creare fra questi e il Niccòli, una rottura che stava per compromettere le fortune del teatro fiorentino.
La nuova società diede anche un notevole spazio anche ad altri autori di commedie in vernacolo. Novelli fece buon viso a cattivo giuoco e cercò di adattarsi alla nuova situazione accettando un introito di 45 lire al giorno come diritti di autore.
Romagnoli scrisse per la compagnia una nuova commedia, “Il signorino”, che andò in scena a Prato nel marzo del 1922 con un caloroso successo di pubblico.
Il tema è quello del Formicolone riadattato ad un giovanotto che si monta la testa credendo di potere diventare un grande artista, abbandona la casa e la fidanzata e quando ritorna pentito ottiene il perdono della mamma ma non della donna che amava andata sposa ad un altro.
Un’altra sua commedia fu “Il vitalizio”, scritta nel 1928; buon successo di pubblico ma non altrettanto da parte della critica.
L’anno seguente scrisse “Ammazzami vigliacco”, una farsa bizzarra e assurda che racconta la storia di un uomo che si impegna ad uccidere a pagamento uno che non ha il coraggio di farlo da solo; cinque atti che non ottennero un grande successo.
Fu un tentativo, scrive il Chiari, di uscire dalle consuete situazioni del teatro fiorentino, ma rimaste allo stato tale.
Nel 1933 Romagnoli partecipò al concorso Paolieri ed ottenne un lusinghiero secondo posto con “Lampade spente”, presentato all’Alfieri il 31 gennaio.
E’ la storia di un artigiano fabbricante di mobili che deve abbandonare il lavoro a causa della vista che sta perdendo. Il figlio, vedovo, spende tutti i soldi con una donna e a causa di un debito rischia anche la galera. Lo salverà il padre ma commettendo un furto e finendo lui in galera. Ancora disgrazie che saranno poi risolte dall’improvviso arrivo di uno zio d’America.
La commedia, ricca di intrecci vecchia maniera non incontrò il gradimento del pubblico e l’autore ritornò alla sua vecchia attività di romanziere.
Dopo la guerra fece parte del comitato che promuoveva la nascita di una grande compagnia teatrale che portasse il teatro toscano alle antiche e gloriose tradizioni.
Presidente del comitato promotore furono l’avvocato Eugenio Artom e il commediografo Carlo Barbieri.

Il nostro Romagnoli fu fra i primi e più impegnati per sollecitare la rinascita cercando di formare una compagnia aperta a nuovi elementi anche militanti nel teatro italiano. Il problema maggiore fu la sede; scomparso il teatro Alfieri mancava un grande spazio per l’attività: la Pergola doveva servire per le compagnie italiane, l’Alfieri non fu ricostruito, il Niccolini fu ridotto a cinematografo, così il progetto del Romagnoli non fu realizzato. Rimase invece in piedi la compagnia Niccòli che poté usufruire dei locali nella ex sede G.I.L. in piazza Beccaria dove fu inaugurato il nuovo teatro Radar.
Allontanato così dalla sua attività di commediografo Romagnoli morì nel settembre del 1960. Scrisse di lui Giulio Bucciolini: “Scompare con Ugo Romagnoli il più popolare degli scrittori fiorentini”. La sua attività artistica è stata lunga e molteplice, essendo iniziata ai primi del Novecento e portata avanti fino ad età avanzata.


ALESSANDRO ROSTER


Per la biografia di Alessandro Roster riassumiamo il profilo che ne fece il giornalista del Fieramosca Alfredo Cangi (Cea) nella rivista mensile La Commedia Fiorentina.
Il professor Alessandro Roster fu un chirurgo di grido, specialista in ostetricia; nato a Firenze nel 1865, vi morì nel 1919 a soli 54 anni e subito dopo la guerra, per una nefrite che forse fu conseguenza del vertiginoso suo lavoro negli ospedali militari.
Il teatro Fiorentino lo ebbe amico e propagandista: la commedia che noi pubblichiamo e che fu un vero successo di Andrea Niccoli, è un modello di fattura e un gioiello letterario; leggerla è un godimento superiore forse all'udirla.
La commedia del Nostro aveva per titolo originale "Beco sudicio", ma qualcuno ebbe al naso quell' aggettivo d'altronde storico, e l'autore si affrettò a cambiarle titolo.
Lo stile elevato e la costruzione molto diversa dalle facili commedie comico-sentimentali, nonché le esigenze sceniche e l'obbligo del costume hanno sempre fatto tenere in disparte questo bel lavoro; ma il successo non gli è mai mancato quando, tanto il compianto Andrea Niccoli quanto il figlio Raffaello lo hanno rappresentato.
Scienziato e letterato, il Roster fu anche un fervente propagandista di sport: nel 1900, in piena vigoria fisica, lo troviamo m una cerchia di amici che avevano per guida l'ora defunto avvocato Modigliano e per idolo la bicicletta. Questo gruppo, dei quale ricordo quasi tutti i nomi: Avvocato Modigliano, Signor Adami, Signor Cleto Calosi, professor Conti, dottore Alfredo Orlandini, professore R. Panerai, Conte Grottanelli, e altri ancora (alcuni sono vivi e vegeti come il Calosi e il dottore Orlandini), pubblicava a pura perdita una bella rivista: la "Gazzetta Ciclistica" che fu la pioniera delle riviste sportive in Toscana; il professore Alessandro Roster e il dottore Alfredo Orlandini scrissero in collaborazione anche un bel volume illustratissimo "La tecnica del velocipede" e la "Pratica dell'allenamento", oggi introvabile. Piacevole parlatore, leale, simpatico, il professore Roster è rimasto nella mente e nel cuore di quanti lo avvicinarono.
Il titolo della sua unica commedia è Fra le disturne e i canti, e come sottotitolo scene della vita di Domenico Somigli detto Beco Sudicio, improvvisatore fiorentino della seconda metà del XVIII secolo.


Andrea Niccoli (Dreino) interprete della commedia di Roster

Pur non potendo vantare una bibliografia drammatica più ampia a causa della prematura scomparsa, Roster ebbe il merito di riproporre all’attenzione del pubblico una figura della Firenze granducale che ebbe a suo tempo una discreta fama.
Il suo lavoro uscì nel novembre del 1910, poco dopo le due più famose commedie che diedero inizio alla rinascita del teatro in vernacolo fiorentino (L’acqua cheta e I’ pateracchio), un elegante volumetto edito da Bemporad, che in seguito pubblicherà tutta l’opera di Augusto Novelli; Roster non si limita soltanto alla scrittura della sua commedia, ma ci fornisce anche delle utili notizie sulla figura di Domenico Somigli, alcuni esempi della sua arte, e illustra il libro con i disegni di Antonio Micheli e alcune bellissime e rare fotografie di Dreino Niccòli che ne fu il primo interprete. Fra le disturne e i canti fu poi riproposta dalla rivista di Arminio Messeri e ed è inserita nella collana Commedia Fiorentina oggi edita da FirenzeLibri.


Altri autori di commedie in vernacolo fiorentino saranno attivi fino alla chiusura del teatro Alfieri, il tempio del vernacolo fiorentino chiuso e demolito durante il fascismo; ci sarà poi la drammatica parentesi del secondo conflitto mondiale.
Quasi tutti furono pubblicati dalla rivista La Commedia fiorentina diretta da Arminio Messeri, ci limitiamo per adesso a presentare l’elenco completo dei titoli usciti fra il 1927 e il 1933, anno della cessazione delle pubblicazioni.


IL TEATRO IN VERNACOLO FIORENTINO DAL 1934 AD OGGI



Il palcoscenico del demolito Teatro Alfieri

La demolizione del Teatro Alfieri, che per tanti anni aveva ospitato le più importanti compagnie e le maggiori opere della commedia fiorentina moderna, fu decretata dal regime fascista nel 1934 per “risanare” il quartiere di Santa Croce. Fu così perduto uno dei templi della realtà teatrale di Firenze e questa decisione causò una forte crisi nella produzione della commedia in vernacolo che nel 1935 nonostante i tentativi di rivitalizzazione mostra segni di cedimento che anche Giulio Bucciolini sottolinea: “Ugo Palmerini continuava imperterrito a dar copioni su copioni a Gilberto Govi, che li riduceva in dialetto genovese con grande successo; Ugo Romagnoli s’era rimesso a scrivere romanzi, Nando Vitali a comporre poesie e Emilio Caglieri era tornato a Checco Durante, che riduceva le sue commedie in romanesco… Bruno Carbocci chiudeva il suo ciclo teatrale dedicandosi esclusivamente alla missione di maestro elementare. Il teatro fiorentino vivacchiava per forza d’inerzia”. Poi la morte di un altro bravo attore, Renato Lacchini.
Bucciolini si rende conto della crisi che stava attanagliando il teatro in vernacolo specialmente dopo la chiusura definitiva della rivista diretta da Arminio Messeri La commedia fiorentina (marzo 1933); dopo non uscì più nessuna pubblicazione in vernacolo; nel 1935 scioglimento della storica compagnia Piccoli, poi le nuove disposizioni imposte dal regime, se si voleva ottenere il nulla osta per diffonderla bisognava ridurla in lingua: “Il regime fascista, scrive nel 1938 Bucciolini nelle sue cronache, aveva dato il bando a tutte le rappresentazioni dialettali ed anche vernacole, perché temeva che, col fiorire della regionalità, si attentasse all’unità della patria. Tanto erano odiati il dialetto e il vernacolo che se ne proibivano perfino le pubblicazioni”.
Ancora qualche energia si coglie nel Teatro Sperimentale del G.U.F. di via Laura, una riedizione della commedia di Stenterello e della commedia classica, il ritorno di Raffaello Piccoli che riuscì a ricomporre una sua compagnia; si parlò addirittura di una rinascita del teatro toscano con la messa in scena della Clizia di Machiavelli, dell’Aridosia di Lorenzino dei Medici e delle più famose commedie del repertorio fiorentino, dal Fagioli a Novelli, da Paolieri a Nando Vitali che mise in scena una sua novità, Uno dei nostri, commedia che proponeva la storia di Antonio Meucci, l’inventore del telefono.
Il 1939 era un anno che prometteva bene, si rappresentavano le più amate commedie del repertorio in vernacolo: Acqua cheta, Il Castigamatti, perfino una nuova edizione de La ragazza vana e civetta dello Zannoni ridotta da Luigi Monelli; nella compagnia del Niccòli si fanno strada alcuni attori destinati a lasciare il segno nel teatro fiorentino, Ada Checchi, Pietro Fontani, Dory Cei, tutto sembrava procedere per il meglio ma la guerra fece interrompere tutte le attività e i teatri furono chiusi.
Nel dopoguerra si apre un nuovo capitolo nella storia del teatro fiorentino; ci sarà una forte ripresa del vernacolo con la comparsa delle giovani leve che già avevano incominciato ad emergere, come attori e autori all’epoca delle grandi compagnie drammatiche; nel frattempo l’avvento prorompente del cinema, la nuova arte che piano piano riuscirà a occupare lo spazio fisico che era il teatro, rendendo sempre più difficile sopravvivenza dell’arte drammatica, che perderà quel carattere di spettacolo di massa che era stato la linfa vitale all’epoca d’oro di Novelli e Paolieri.
Si assiste tuttavia ad una faticosa rinascita per merito di alcuni attori e autori, che nel frattempo erano maturati e si accingevano a dare un nuovo impulso al teatro.
Il primo spettacolo a guerra appena finita (15 maggio 1945) fu la piacevole e allegra commedia di Bucciolini che Raffaello Niccòli allestì alla Pergola. Venne anche formato anche un comitato per risolvere i gravi problemi che le compagnie teatrali si trovavano ad affrontare, vi prese parte fra gli altri Ugo Romagnoli (Max Dupons) che ricordiamo come autore di una gustosa commedia, I’ formicolone.
Ma il problema più grave era la mancanza di un teatro, essendo la Pergola destinata ad ospitare le compagnie italiane e l’Alfieri rimasto nei sogni perché nonostante i tentativi non venne più ricostruito. Finalmente la compagnia Niccòli trovò un nuovo spazio nell’ex edificio della Gil Gioventù Italiana del Littorio) in Piazza Beccaria che fu ribattezzato Teatro Radar. Fra i nuovi elementi troviamo Corrado De Cristofaro che sarà uno dei protagonisti del nuovo corso del teatro fiorentino ed avrà i suoi maggiori successi alla radio con la trasmissione il Grillo canterino.
Anche gli autori in vernacolo troveranno una nuova vena e nell’aprile del 1947 fu la prima di una commedia veramente gustosa scritta da Emilio Caglieri e Odoardo Spadaro, La zona tranquilla, che ancora oggi regge benissimo sulle scene.
Nel 1949 venne inaugurato un nuovo teatro all’aperto nei giardini di piazza D’Azeglio dove venne data una commedia di Alfredo Testoni, ridotta in vernacolo da Ugo Palmerini, fra gli interpreti due nomi destinati a far parlare ancora di sé: Cesarina Cecconi e Marisa Fabbri. Nello stesso anno accanto alla compagnia di Raffaello Niccòli fu formata una nuova compagnia sotto la direzione di un’altra grande interprete, Ada Checchi. Il teatro era sempre quello di piazza D’Azeglio che a malapena riusciva a soddisfare le richieste delle compagnie che erano riuscite a ricostituire anche un pubblico di fedelissimi che accorrevano alle rappresentazioni. In questo periodo, siamo nel 1950, nella compagnia Niccòli arriva un’ altra attrice destinata a diventare fra le più importanti del teatro in vernacolo fiorentino: Wanda Pasquini. Sempre nel 1950 un altro lavoro di Bucciolini, La famiglia patriarcale che vide insieme, oltre la Cecconi e la Pasquini, un giovane attore, che farà la storia del teatro fiorentino fino ai giorni nostri: Giovanni Nannini.

 


l'ultimo interprete di Stenterello - Giovanni Nannini

È ancora un’epoca felice per il teatro fiorentino, nuovi attori, Wanda Pasquini, Gianna Sammarco, Bruno e Alvaro Focardi, Franco Fontani, Adriana Secci, Cesarina Cecconi, la figlia di Bucciolini Maria Gaia, e nuove commedie, destinate ad un successo che rinverdisce la gloria del vernacolo, anche nuovi teatri, l’Alhambra e il Lido.
Alcuni titoli: Firenze Trespiano e viceversa, È di scena Firenze, La zona tranquilla, L’alluvione;
di Caglieri (1951), Barroccini di via dell’Ariento, Nonne squillo, I’ bisnonno Garibaldo, Talmina colf a ore;di Dory Cei; Il Diavolo in casa Stianti, di Tito Zenni e Rino Benini, Le sorelle Squilloni, La prima notte di Tito Zenni , I’ due di Briscola del vecchio Virgilio Faini, La sora Alvara, di Wanda Pasquini e Silvano Nelli, che insieme a Gianfranco D’Onofrio, Corrado De Cristofaro, Rino Benini, Lidia Faller, Franco Fontani, Fulvio Bravi creeranno quei personaggi sgangherati e spassosi che daranno vita alle trasmissioni de I’ Grillo canterino e alle commedie che ruotano intorno a questa fortunata trasmissione, L’Iris e l’Amneris, Moro e Archibugio, Le cantonate degli sportivi.


Il vernacolo si segue anche in dischi microsolco




La commedia che ebbe maggior successo venne data nel 1956 al Teatro dell’Amicizia: Casa nova, vita nova; ne furono autori due giovani, Mario De Majo e Vinicio Gioli, ma il merito del grande successo fu soprattutto dal giovane Giovanni Nannini, che fu l’interprete della celebre macchietta del vecchio smemorato, personaggio che si vide amplificato il successo dopo la riduzione cinematografica con Totò. Col successo ottenuto dalla commedia a Nannini si potevano aprire le porte di ben altri palcoscenici, ma il giovane attore non volle mai lasciare Firenze, i suoi personaggi, il suo vernacolo. Oggi è riconosciuto come il più grande interprete della commedia fiorentina del secondo Novecento dopo aver interpretato quasi tutti i ruoli del miglior teatro vernacolo, compreso una sua versione di Stenterello al Teatro Niccolini nel 1991; in attività anche dopo aver compiuto ottanta anni, chiude la sua carriera al Teatro Reims nel 2006.
Attualmente il teatro vernacolo, sia pure costretto nelle periferie, può ancora contare su un pubblico affezionato e su alcune compagnie che continuano il lavoro iniziato quasi un secolo fa da Novelli: Valerio Ranfagni al teatro di Rovezzano, Raoul Bulgherini e Sergio Forconi al Teatro Nuovo si dedicano solo al vernacolo; altri teatri propongono invece per la maggior parte commedie in lingua, anche se conservano in cartellone alcuni classici: il Teatro di Cestello, Le Laudi, il Reims.

IL TEATRO CONTEMPORANEO

Abbiamo inserito in una sezione a parte il teatro contemporaneo e altri giovani autori che hanno sperimentato nel corso della loro carriera artistica strade diverse, come cinema e televisione, riuscendo a superare i confini della città e creandosi un loro spazio che ha varcato i limiti del palcoscenico, come Ugo Chiti, Alessandro Benvenuti, Angelo Savelli, Alberto Severi, Nicola Zavagli, certamente i migliori autori e dell’ultimo Novecento, che da soli (Benvenuti) o con le loro compagnie (Arca Azzurra, Pupi e Fresedde) hanno prodotto una serie di lavori originali con un felice recupero della miglior tradizione vernacola, nobilitata e rivisitata alla luce della storia, piccola e grande. Di questo teatro, ancora in fieri, ci limitiamo a ricordare i maggiori protagonisti:

Ugo Chiti, Paesaggio con figure, Allegretto (perbene… ma non troppo), La provincia di Jimmy La recita del popolo fantastico;
Alessandro Benvenuti, Benvenuti in casa Gori,
Alberto Severi, Valzer di guerra;
Nicola Zavagli, L’armadio di famiglia

LA COMMEDIA FIORENTINA

Rivista Mensile di Commedie in Vernacolo Fiorentino - diretta da Arminio Messeri - Firenze.

1927

N.VITALI, Lo Zio d'America
B.CARBOCCI, I' Morino
U.PALMERINI, I' Trabocchetto
U.ROMAGNOLI, I' Signorino
A.NOVELLI, ...E chi vive si dà pace
F.PAOLIERI, I' Pateracchio
G.VITI-PIERAZZUOLI, La casa a Mezzo e Mezzo servizio
B.BACCI, Chi disse donna disse guai, Trilogia (Civetta-Serpe-Volpe) atti unici.
V.FAINI, L'Osteria del pennello
U.PALMERINI, La Bon'anima
A.NOVELLI, Le sue...prigioni
A.NOVELLI, Un campagnolo ai bagni

1928

G.FORZANO, Il padre del tenore
B.CARBOCCI, La moglie bella
F.PAOLIERI e L.BONELLI, Stenterello e il Granduca
YAMBO (E.NOVELLI), La novella del calcio - Celebrità (monologo)
G.SVETONI, Vecchi peccati - Giovannino il permaloso
G.MAZZUOLI, Que' benedetti figlioli e La stanza nuda
G. VITI-PIERAZZUOLI, La macellara. DISMA FRANCIONI, Pesci
U.ROMAGNOLI, Il Vitalizio
U.PALMERINI, La vittoria di Pirro. L.LATINI, Due pretendenti e...un telegramma
L.BARTOLI, Fra du' fuochi
N.VITALI, Bisognino ...fa trottar la vecchia. M.CAMBELLOTTI, Il cantico dei...mariti
B.CARBOCCI, La Capannuccia

1929

G.SVETONI, Il Gastigamatti
U.PALMERINI, Le forche caudine
A.BONGINI, La cuoca delle monache. R.NICCOLI,Una partita a scopa. A.FANTINI, La beffa
G.PIERAZZUOLI, I'cucco della mamma
B.CARBOCCI, la sora priora
A.PIATTOLI, I pregiudizi di' mondo
A.ROSTER, Fra le disturne e i canti (Beco sudicio)
M.COPPINI, L'articolo 157. F.GIUNTINI, Troppo signore
U.PALMERINI, La sora Maddalena
G.BONGINI, La bottega di Sghio
N.VITALI, Ragazzaccio
V.FAINI, Una Spina ni' core

1930

A.NOVELLI, L'Acqua cheta
B.CARBOCCI, La famiglia
A.NUTINI, E girala la rota
G.BUCCIOLINI e V.FAINI, Il poeta Fagiuoli
D.FAZZINI-A.SETTI, Guidino
E.FERRATI, La matrigna burlata
G.BARNINI, La Banderola
B.NANNI, Parenti...Serpenti!
N.VITALI, Filodrammatici
G.MAZZUOLI, L’appigionasi. A.NUTINI, Un terno al lotto
YAMBO (E.Novelli), Fiorenza mia
B.CARBOCCI, Nastro rosa. G.VITI PIERAZZUOLI, Ritorno

1931

G.SVETONI, La trovata di' sor Orazio
C.GIACHETTI, Le volpi e le galline
D.FRANCIONI, Le sorprese di Viareggio
B.NANNI, I' Paradiso de' minchioni
A.SALVINI, I' Grillo. A.PIATTOLI, I’Monte di Pietà
R.RANGONI, Gente onesta. A. DI CARLO, La fioraia (monologo)
A.NOVELLI, Il cannone ecc. ecc. G.MAZZUOLI, La fortuna è donna. G.PAGANI, La sonnambula (monologo)
U.ROMAGNOLI, Otello.
B.CARBOCCI, Cavalleria e Pagliacci
G.MAZZUOLI, Il supplizio di Tantalo- In panna nel 2000 ! L’avventura di Paolino (commedie in un atto).
L.LATINI, I' Testamento
U.ROMAGNOLI, I' Formicolone

1932

G.SVETONI, Lo Zazzera (La Sora Rosa). A.PIATTOLI, La canzone dell’Aviere
E.SESTINI-E.CAGLIERI, Ferruccio
B.CARBOCCI, Il Mommo
L.CESCHI, Quest’amore che passione (Riduzione di Nino degli Orasi)
B.CARBOCCI, Trittico carbocciano (Soli d’inverno, Rospaccio, La mamma malata)- A.PIATTOLI, Un mazzo di rose
R.MELANI, Il diavolo in sagrestia
M.TIRANTI, Calze di seta, Ricominciamo, Apparecchio a galena, Tre atti unici
A.FONTANA, Su e giù
E.SESTINI, L'Artigiano. A.PIATTOLI, Il sole della casa
N.DEGLI ORASI, La rondine sott’i’tetto. G.MAZZUOLI, Lo sposalizio
A.VANNI, Le astuzie della Ginetta. G.MAZZUOLI, Monologo

1933

CARBOCCI, Bona gente. A.PIATTOLI, La misse inglese a pensione dalla sora Argene
G.VITI-PIERAZZUOLI, C'è un cacciatore. A.PIATTOLI, I’ tabernacolo
B.CARBOCCI, Mamma. B.NANNI, Addio alla tuba. M.CASSONE, Fior di Verbena.


SCRIVERE IN VERNACOLO

La parola vernacolo, come si legge nella definizione del Tommaseo, ha origine dalla voce latina verna, che significa domestico, “nativo della casa medesima, del medesimo paese”; così veniva definito lo schiavo nato in casa: vernaculum, la voce entra nell’uso dall’inizio del XVI secolo.
Nella prima edizione del vocabolario della Crusca (1612) la voce è ancora inserita in calce fra le locuzioni latine: vernacula lingua esprimere, e rimanda alla voce divolgarizzare. Dopo il Tommaseo Fanfani ne dà questa definizione in aggiunta a lingua: “Quella naturale del paese ove uno è nato, e che tanto o quanto si discosta, per la sue forme proprie, dalla lingua comune”. Si distingue dal dialetto che è invece una vera e propria lingua parlata in una determinata regione e se vogliamo sottolineare la differenza che passa fra le due voci, diremo che il vernacolo viene parlato dalle classi popolari, quelle che una volta venivano definite plebe, possiamo ancora accettare la distinzione che ne fece la Ceccherelli: “il vernacolo è rispetto al dialetto ciò che questo è rispetto alla lingua… dialetto non è, come vernacolo, sinonimo di popolare, e, ad esempio il veneziano può essere parlato anche dai patrizi di Venezia”.
Per quanto riguarda la lingua fiorentina dunque, essendone il dialetto nella sua evoluzione divenuto lingua italiana, vernacolo resta quello parlato nei quartieri popolari e nel contado, che nel tempo è andato anch’esso modificandosi, dal Magnifico al Baldovini, dallo Zannoni ai giorni nostri.
Circa la scelta della lingua una prima distinzione l’abbiamo già a distanza di un solo anno, quanto intercorre fra la pubblicazione de L’acqua cheta di Novelli (1908) e I’ pateracchio di Paolieri (1909), il primo, esempio di vernacolo cittadino, il secondo di vernacolo contadinesco. Altri autori, di cui faremo una breve sintesi, sono seguaci dell’una o dell’altra “scuola”.
La questione della grafia nella trascrizione del vernacolo è stata affrontata da quasi tutti gli scrittori di commedie, dallo Zannoni fino a Novelli e Paolieri, coinvolgendo anche i poeti vernacolari come Volpi, Camaiti, Boncinelli, Fazzini, per citare soltanto i maggiori; nessuno di loro sente il bisogno di interpellare qualcuno degli addetti ai lavori, i linguisti, che non mancavano in ambito fiorentino; quasi tutti seguono il proprio convincimento, dichiarando di porre il massimo studio nel rappresentare graficamente la vera pronuncia plebea. Circa questo dibattito facciamo seguire uno scritto di Ferdinando Paolieri che affronta l’argomento nella sua prima commedia in vernacolo.

DUE PAROLE SUL VERNACOLO di Ferdinando Paolieri

Ferdinando Paolieri nella prefazione all’edizione del suo Pateracchio, ci fornisce anche la sua posizione sulla grafia del vernacolo. E a questo proposito ci pare utile inserire quel suo vecchio scritto premesso alla prima edizione della commedia in vernacolo dei campagnoli fiorentini I’ pateracchio, in calce la data: Firenze, 1910.

Veramente, sul Giornale d'Italia, comparvero un anno e mezzo fa, alcune mie parole piuttosto acerbe contro coloro che intendevano risuscitare il vernacolo.
Io credevo e credo che l'esempio di Augusto Novelli, della scena padrone e maestro, vissuto tra 'l popolo e pratico dei suoi usi e costumi in modo da poter sceverare veramente il bello dal brutto, principale scopo di chi fa dell'arte, difficilmente avrebbe sopportato imitatori.
Mi sono ingannato?
Non lo so; ma certo, qualcuno ha creduto con delle facezie scurrili e con delle situazioni volgari e lambiccate di riportare sulla scena l'ambiente del popolino di Fiorenza, e non è riuscito né a far ridere, né a commuovere, mentre il Novelli, rendendo con amore l'eterno vero, sa far diventar grandi le cose semplici con quel segreto che dopo Goldoni, Gallina, e pochi altri, pareva perduto.
Fedele al mio proposito, io non ho dunque, come fa il Novelli e come lui solo sa fare, scritto un lavoro in vernacolo fiorentino, ma, consentendolo il programma, l'ho scritto in vernacolo toscano, il che è un po'diverso.
Quel che il Novelli ha insuperabilmente fatto per le classi piccole della città, io ho cercato di fare per la casta, forse non abbastanza conosciuta, dei nostri contadini.
Studiando il loro vernacolo, mi sono avvisto che questo non è (benché un po' più corrotto) che l'antico volgare, di cui gli avanzi pare siensi rifugiati a morire al rezzo dei castagni che svettano sui monti posti a cavaliere tra il Senese, il Chianti e la Val d'Arno.
Sul mio lavoro, nulla ho da dire, naturalmente!
Ma sulla lingua in cui è scritto vorrei un istante soffermarmi sol per chiarire certi possibili dubbi.
Sono state fissate le norme per scrivere il vernacolo ? Lo ignoro.
Già il vernacolo del Novelli, è, giustamente, molto dissimile da quello dello Zannoni.
Ma la fonte, le radici, essendo le stesse, tanto quello dello Zannoni, come quello del Novelli, come... il mio, s'incontrano fatalmente nei loro caratteri principali.
V’ ha chi' scrive ibbabbo.
Io invece scrivo i' 'babbo.
L'attore pronunzierà toscanamente il doppio b, ma la grafia io credo debba esser tale in omaggio a un elementare principio di grammatica che non vuole che si sopprima una lettera senza accennare con un segno convenzionale (che può essere un accento o un apostrofo) a questa soppressione.
È vero che in poesia si scrive de la, e non de' la, ma è anche vero che de la come si scrive, così si pronuncia.
Invece i' 'babbo, lo scrivo così per conservare lo stacco fra la parola e l'articolo, ma per indicare al tempo stesso che ha da pronunziarsi tutto attaccato.
Scrivo donche, attaccaco, rifinico perché mettendo il t e lasciando agli attori la cura della giusta pronuncia, mi parrebbe di scrivere in una mezza lingua italiana, che non fosse né carne né pesce.
I contadini poi dicono egghi invece di egli e ho dovuto anche nella grafia conservare queste desinenze, tanto più che se non erro, era un bel pezzo che non si ponevano in iscena i contadini a parlare nel loro linguaggio.
Ho conservato il vôtta (col circonflesso) il passeroe, vierroe, andea e certi vocaboli strani come pannicole, gralime (in vernacolo fiorentino si direbbe: lucciconi), imperoe, golare, ecc.
Dove non ho potuto seguire la grafìa che distacca le due parole che pur si pronunziano come una sola è stato nei modi di dire come: saella, e qualcun altro, benché vedella si possa, io credo, scrivere anche cosi: ved' ella.
I contadini hanno dei curiosi canoni linguistici ai quali ho fatto attenzione. Essi, per esempio, dicono quasi sempre so' fattore, ma dicono invece sempre: signo’ padrone, signora padrona.
Laddove un fiorentino dice: Va' ia! essi dicono invece: 'gnamo! cioè: andiamo, via, non è possibile!
Mentre da noi si dice arrivederci i contadini usano, addio alla riista, e certe parole non le usano affatto.
Per esempio non diranno mai seppellire ma sotterrare, né incinta, ma pregna, sopra tutto trattandosi di una bestia.
Dove poi bisogna fare una particolare attenzione, si è circa l' i intromesso in certi verbi, con la soppressione del v.
Per esempio: che la 'oi 'tutta lui? — ti 'o' (che io scrivo con due segni d'avviso, perché nientemeno vi sono soppresse; 5 lettere : vglio) rioittolare (dove l'incastro dell' i è quanto mai caratteristico) ecc.
C' è pure icchicch' e t' ha' fatto? che io non ho disciplinato benché grammaticalmente si dovrebbe scrivere ; i’ 'chi etc. mentre poi si pronunzia tutto quanto attaccato.
Va sans dire che 'ndoe, noe, pioe, faroe, diroe, sono la caratteristica peculiare del corrotto volgare che trapela ancora nei quasi poetici: e' dicea, e' facea, e' cogliea ecc.
Ma non soltanto i contadini dicono pioe, foe; essi dicono caritae, come noi si dice to' mae e come lo dicevano le ciane dello Zannoni, a' suoi tempi però.
Ora caritae quasi più nessuna ciana lo direbbe: sono evolute anche loro!
I contadini dicono sentimola, cosa che da noi più non s’usa, dicono la si ficuri, dicono gelosia, dicono tante parole diverse dal nostro, vernacolo.
Frequenti hanno le cacofonie, conservate nonostante che talvolta col rimetterci la lettera caduta giungano a rimediarle; così dicono la vienga 'ia, ma dicono anche la un v'arebbe a aè daco etc.
A aè, l'ho scritto così, senz'altro, per la ragione che i contadini pronunziandolo producono la sincope dell'ultima e di arebbe e dell' a che simboleggia la preposizione ad e dicono la un v'arebb' aè.
Io ho cercato dunque di far capire meglio che fosse possibile la costruzione primitiva delle proposizioni e delle parole, torte e curvate in fantasiosi ghirigori dalla loquela contadinesca.
Talvolta (anche per provare) invece di staccare, scrivendole, due parole che si pronunziano attaccate, le ho scritte giusta la pronuncia; ma ho cercato di scrivere così soltanto quelle che meglio pare vi si adattino.
Così ho scritto pell'aria invece di pe' ‘l' aria ed ho scritto caiccosa che non saprei come spezzare.
Ma non scriverei, lo ripeto, ibbabbo.
Del resto vi sono nel vernacolo, come in lingua, delle regole che l'orecchio fissa da sé, senza che nessuna grammatica possa giustificarle.
E l'orecchio è come il cuore: non ha mai torto! In fine sul vernacolo, specie dei contadini, vi sarebbe da scrivere un volume.

Firenze, 1910.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

BALDOVINI Francesco, Chi la sorte ha nemica usi l’ingegno, F.Moucke, Firenze 1763;
CECCHERELLI Emilia, Giovan Battista Zannoni, Bemporad e Figlio, Firenze 1915;
ZANNONI Giovan Battista, Le ciane di Firenze, Barbera ed. Firenze 1950;
ALTIERI BIAGI M.Luisa, Studi sulla lingua della commedia toscana nel primo Settecento, Leo Olschki ed. Firenze 1965;
APOLLONIO Mario, Storia del teatro italiano, Sansoni ed. Firenze 1966;
DEL BUONO Luigi, La villana di Lamporecchio, La Bacchettona, Ginevra degli Almieri, presentato da G.Amerighi, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1973;
FASSO Luigi (a cura), Buonarroti il Giovane, La Tancia, Einaudi-Ricciardi, ed. 1976;
P.ROSELLI-G.C.ROMBY-O.FANTOZZI MICALI, I teatri di Firenze, Bonechi ed. Firenze 1978;
BUCCIOLINI Giulio, Cronache del teatro fiorentino, Leo Olschki, ed. Firenze 1982;
LUCCHESINI Paolo, I teatri di Firenze, Newton Compton ed. Roma 1991;

Per le singole commedie si rimanda ai titoli citati nelle varie sezioni.

 

 

 

 

 





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