PUPI E FRESEDDE E IL TEATRO TOSCANO
di Angelo Savelli

Pupi e Fresedde nasce a Firenze nel 1976 dopo un’esaltante esperienza compiuta da alcun giovani amanti di musica e teatro popolare del sud Italia insieme ad una delle più prestigiose compagnie statunitensi di quegli anni: il “Bread and Puppet” di Peter Schumann.

La neonata compagnia fiorentina riprende la dizione di “Pane e pupazzi” del gruppo americano ma declinandola in dialetto meridionale, o più precisamente tarantino, nel rispetto non solo della provenienza geografica della maggioranza dei componenti del gruppo ma anche delle loro forti ascendenze artistiche riferibili al teatro musicale di Roberto De Simone e alle commistioni tosco-partenopee di Carlo Cecchi.

Ecco allora apparire le “fresedde”, le friselle pugliesi, pani duri a forma di ciambella bucata, che con la loro bizzarra fonia, accompagneranno per quasi trent’anni l’avventura internazionale di questa compagnia, in un personalissimo viaggio nella tradizione del teatro italiano dal folklore meridionale, all’opera buffa, dal varietà alla nuova drammaturgia.

Nel 1986, dopo anni di esaltante ma faticoso “esilio di lusso”, la compagnia prende finalmente casa nel Teatro di Rifredi di Firenze. Non è un caso che proprio a partire da questa nuova stanzialità, insieme ad un processo di radicamento sul territorio che porterà alla recente acquisizione della qualifica di “teatro stabile d’innovazione”, inizia a svilupparsi un nuovo interesse per la tradizione teatrale toscana.
Le precedenti esperienze sulla musica ed il teatro meridionali non vengono abbandonate. Anzi, continuano con successo e servono anche da continuo riferimento per questa nuova avventura.



Il primo approccio con il Teatro Toscano avviene curiosamente attraverso l’Università di Arezzo, dove nel 1992 la professoressa Laura Caretti chiama Angelo Savelli a lavorare sull’ingiustamente dimenticato teatro di Pietro Aretino, insieme ad un foltissimo gruppo di giovani studenti ed attori aretini. Nasce così una rutilante ed applauditissima “Cortigiana” ambientata nella Roma degli anni ’50 che verrà seguita, nel 1995, da una versione in stile anni ’30 di un’altra eccentrica opera dell’Aretino “Il marescalco”.

Proprio l’incontro con l’Aretino offre a Savelli l’occasione di costituire la Compagnia dei Giovani del Teatro di Rifredi a cui si devono, nel 1996, due ulteriori capitoli di questa riproposta della tradizione toscana: la riscoperta del divertentissimo “Don Pilone” del senese Girolamo Gigli, autore settecentesco in bilico tra Moliere e Goldoni e “L’amoroso contagio” toccante riduzione teatrale del Decamerone di Giovanni Boccaccio, ambientata ai nostri giorni, negli anni dell’ AIDS.

A questo punto, in parallelo con un impegnativo progetto del Teatro di Rifredi su “Teatro e Letteratura”, l’interesse di Savelli si appunta sulla letteratura toscana e più esattamente sulla letteratura per i ragazzi dove campeggiano alcuni capolavori assoluti del genere: nascono così nel 1992 il “Pinocchio al gambero rosso” da Collodi realizzato con Roberta Socci, nel 1993 “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, salutato da un grande successo grazie anche all’impertinente interpretazione di Fabio Canino e Andrea Muzzi e nel 1994 “Le novelle della nonna” della Perodi con Massimo Grigò e Amina Kovacevich, diventato uno spettacolo cult con i suoi dieci anni di repliche.
A questi spettacoli più canonici si aggiungerà, nel 2001, un’inattesa versione per bambini di alcune novelle del Decamerone, “I viaggi di Calandrino ad oriente del Decamerone”, che offre ai bambini un’apprezzatissima occasione fiabesca per affrontare lo scottante ed attualissimo tema dell’inter-cultura e della tolleranza religiosa.

Il successo dell’esperienza di un teatro toscano per i ragazzi apre subito la strada ad una rilettura più ambiziosa di queste opere.
Tra il 1993 e il 1995 nascono così “Pinocchio cha cha cha” con Maria Cassi, Andrea Muzzi e Gianni Cannavacciuolo e soprattutto “Gian Burrasca, un monello in casa Stoppani” che la compagnia realizza in una fortunatissima collaborazione con il più importante gruppo di lingua toscana tuttora operante: l’Arca Azzurra di Ugo Chiti.

I tempi sono dunque maturi per affrontare direttamente i grandi classici del teatro vernacolare toscano. L’attenzione si appunta su “Gallina vecchia” di Augusto Novelli che viene realizzato nel 1997 in una “storica” edizione al tempo stesso rispettosa ed innovativa, grazie allo straordinario apporto interpretativo di un’inedita Marisa Fabbri – grande attrice ronconiana che si riscopre ancora legatissima alle sue radici ed alla sua lingua toscana – in scena in un’insolita ma felicissima accoppiata con un attore ruspante ed anti-accademico come Carlo Monni.

Un gustoso corollario all’esperienza di “Gallina vecchia” è lo spettacolo “S’io fossi foco” una carrellata sui poeti e scrittori “maledetti toscani”, dal trecento al settecento, con Carlo Monni e Massimo Grigò realizzato nel 2000.
Nella stessa linea si situa la collaborazione con un altro attore particolarmente dotato nella riproposta del dialetto toscano, Marco Zannoni, con cui viene prodotto nel 2005 “Grogrè”, un divertentissimo assolo ispirato alle “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi.

La coproduzione dello spettacolo "Buffi si nasce" del 2006 vede di nuovo insieme, a distanza di 13 anni, due delle più importanti strutture del teatro toscano, Pupi e Fresedde e l’Arca Azzurra, impegnate da molti anni, con approcci forse diversi ma con identica tenacia e competenza, in un lavoro di profonda rivalutazione di quel inesauribile patrimonio culturale rappresentato dal teatro e dalla letteratura di lingua toscana.
Questa nuova collaborazione, che vede questa volta come protagonista il rinomato drammaturgo e regista Ugo Chiti, l’anima artistica dell’Arca Azzurra, è stata possibile grazie alla recente fusione della storica compagnia di Lucia Poli "Le parole di scena" confluita nel Teatro Stabile d’innovazione Pupi e Fresedde/Teatro di Rifredi con un’oculata operazione che ha recuperato alla città di Firenze un’artista toscana di grande valore. Concepito sulle corde brillanti ed ironiche di questa poliedrica attrice, offre a Ugo Chiti l’occasione di un viaggio ricapitolativo sulla nostra tradizione toscana, dal “Decamerone” del Boccaccio, alla “Clizia” del Machiavelli, dalle “Sorelle Materassi” di Palazzeschi a “Gallina vecchia” di Novelli, fino all’inquietante “Silvana” dello stesso Chiti.

L’interesse e l’impegno di Pupi e Fresedde per un teatro di lingua toscana non è certo finito qui. La compagnia continua a mantenere una pluralità d’interessi come dimostrano le più recenti produzioni dedicate al tema della pena di morte, ai rapporti con il medio oriente e la Turchia, al tema della cultura scientifica, alla promozione dell’educazione ambientale e stradale per i bambini. Ma, nella prospettiva di un futuro abbastanza prossimo, già stanno prendendo corpo i successivi tasselli di questo personalissimo viaggio nel teatro toscano tradizionale e contemporaneo, lungo il quale si stanno per affiancare nuovi e prestigiosi compagni.
Le “freselle” e il “pan nostrale” continueranno per ancora diversi anni a convivere al Teatro di Rifredi per allietare ed arricchire la saporita tavola del teatro fiorentino.


consultate il sito
www.toscanateatro.it


 

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