CARLO MONNI, un comico un po’ dandy un po’ clochard.
Roberto Incerti

POESIA e maiali. L’attore Carlo Monni, appartenente per sua stessa ammissione alla generazione di “coloro che di giorno saltano i fossi e la sera i pasti”, è cresciuto con due amori: le bestie e Vincenzo Cardarelli. Trucido, geniale, demenziale, tra bestemmie e versi di Dante o Campana. ”Le mie estati dell’infanzia – dice – le ho trascorse nei prati di Campi Bisenzio (paese vicino a Firenze) dove sono nato, parlando con gli animali ai quali recitavo versi tipo: Cari maiali, se aveste più ciccia meglio sarebbe la salsiccia. Con le bestie parlavo sempre. Per forza, stavo nei campi ad ore e l’unica compagnia erano gli animali. Il mio interlocutore preferito era un cavallo, una volta mi arrabbiai moltissimo perché non mi rispose”.
Ancora oggi – o quantomeno fino a poco tempo fa – i maiali sono presenti in alcuni spettacoli di Monni, come il cult underground “Maiali bradi”, opera poco vista, quasi clandestina, andata in scena a tarda notte in centri sociali e altre situazioni non istituzionali.
L’atipica carriera dell’attore toscano iniziò con lo spettacolo ormai mitico “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia” di Roberto Benigni (’75) in cui il vernacolo si elevò a dialetto. Benigni, attraverso Cioni, riusciva a parlare e a far ridere su temi presi dalla realtà come le sconfitte quotidiane, i corpi sciolti, le miserie della carne e dello spirito, la fame, la solitudine. Al di là di film dirompenti come “Berlinguer ti voglio bene” (senza parlare del premio Oscar “La vita è bella”) va riconosciuto che il primissimo Benigni, quello del suo esordio televisivo “Onda libera” alias “Televacca” (trasmesso da Raidue nella stagione ’76-’77) ebbe un impatto straordinario. “Vedendo Benigni oggi – afferma Giuseppe Bertolucci, il regista che lo diresse nelle prime apparizioni televisive – ci rendiamo conto che è molto cambiato, perché ha elaborato il suo talento, anche se la carica iniziale si è affievolita. D’altra parte, rispetto a ‘Televacca’ o a spettacoli come ‘Vita da Cioni’, sono mutati anche i tempi e i costumi. Benigni ha subito i mutamenti che sono tipici dei grandi artisti”. Una testimonianza sul primissimo Benigni la offre l’attore Carlo Monni, che con lui ha condiviso l’esperienza di “Onda libera” e di molti film cult come “Berlinguer ti voglio bene” e “Non ci resta che piangere”. Monni, negli anni giovanili, è stato compagno di Benigni in avventure galanti e scherzi in stile “Amici miei”.
“Partimmo dalla Toscana in quattro – ricorda Monni – Donato Sannini, Aldo Buti, Benigni e io che ero il più grezzo di tutti. A Campi Bisenzio, vicino a Firenze, facevo l’allevatore di maiali e portavo nel portafoglio, al posto della foto della fidanzata, quella di una scrofa che aveva vinto un premio. A ‘Televacca’ recitavo me stesso: un allevatore che badava una vacca. Una volta intervennero in trasmissione delle ballerine e a me, che stavo parlando con Benigni, scappò un moccolo. Una di loro, schifata, esclamò: ma chi è questo? L’ultimo rododendro? Questo per dare l’idea di come eravamo”. A Televacca, molto era lasciato al caso. Benigni arrivava in studio un’ora prima della trasmissione e nessuno, nemmeno lui, sapeva che cosa sarebbe stato recitato. Si chiudeva in camerino e lì, di getto, scriveva i testi di Cioni. “Vita da Cioni”, che in gran parte riciclava lo spettacolo “Cioni Mario di Gaspare fu Giulio”, dava voce ai mille abitanti di un paese della campagna toscana. Roberto Benigni ne rappresentava l’ironia, la cattiveria, l’intelligenza, la fede politica. Quel clima da casa del popolo, da bar di paese, da aia, lo si ritroverà anche in “Berlinguer ti voglio bene”. Ecco ancora un ricordo delle “vacanze romane” di Monni. .“Nel ’76-’77 – rammenta – Benigni ed io, da giugno a settembre, stavamo fissi a Roma e tutte le sere andavamo al Pantheon. Qui c’era la fiera delle vanità: il luogo era frequentato da attori, attrici o aspiranti tali. Tutti speravano, andando lì, di farsi notare da qualche regista e di essere scritturati. Il Pantheon era una specie di ufficio di collocamento dove ognuno diceva più bugie di Pinocchio e la frase ‘farò presto un film con Bertolucci’ era un classico. Noi andavamo lì per l’imbrocco”.
Sempre in quel periodo Monni recitò allo storico “Beat ‘72” di Roma “La corte alle stalle”, spettacolo bellissimo, controcorrente, diretto da Donato Sannini. Nel ’78 prese parte allo spettacolo di Giga Melik (scrittore dall’humor al veleno, firma di punta del periodico satirico “Il Male”) “Chi ha paura di Giga Melik?”. Assieme a Monni c’erano Donato Sannini, Antonio Petrocelli e una Laura Morante ancora non conosciuta per i suoi film con Nanni Moretti. Assieme a Benigni Monni fu poi protagonista di un happaning del “Male” dove accanto ad un finto Papa c’era appunto Monni nei panni di un vescovo. L’happening era per protestare contro i continui sequestri a cui veniva sottoposto il periodico di satira politica cha aveva sede in via Lorenzo Valla veniva sottoposto. Lo slogan di quell’happening era: non sequestrate ‘Il Male’ perché non fa male a nessuno’.
Carlo Monni – nell’86 quando Firenze era capitale europea della cultura – fu protagonista de “La beffa del grasso legnaiolo” con la regia di uno dei maestri del teatro del Novecento come Orazio Costa. Altra presenza prestigiosa è stata quella nello spettacolo di Augusto Novelli dall’humor cechoviano “Gallina Vecchia” con regia di Angelo Savelli. Assieme a Monni recitava una grande attrice com’era Marisa Fabbri. Lo spettacolo fu prodotto dalla Compagnia Pupi e Fresedde nel ’97 e replicato con enorme successo per tre anni. Sempre con Pupi e Fresedde e sempre con la regia di Angelo Savelli Monni – assieme a Massimo Grigò – nel 2000 spopolò con “S’io fossi foco. Rabbia e licenziosità negli antichi poeti toscani”. Nell’opera Monni apparve rude, aspro, arrabbiato, volgare ma colto, plebeo ma nobile, ruspante quanto fiero.
In cinema – oltre ai ricordati “Berlinguer ti voglio bene” e “Non ci resta che piangere” con Benigni e Troisi, dove Monni era il tragico, rabbioso Vitellozzo a cui la sorte ha portato via i figli – vanno ricordate sue interpretazioni in film quali “Tutti giù per terra” di David Ferrario,“Grazie di tutto” di Luca Manfredi. E’ poi nel cast del recente film di Paolo Virzì.
I tanti riconoscimenti ottenuti – comunque pochi rispetto al suo talento – non gli hanno mai impedito di essere un artista fuori dal coro. Probabilmente la vera grandezza di Monni – quella più umana, meno nota al grande pubblico – si rivela quando l’attore si esibisce in situazioni non canoniche, magari per pochi euro. Pazzesco, per esempio, il suo rap-parodia “A trallo”. Se poi lo incontrate a tarda notte in un bar, ovviamente se è in serata giusta e glielo chiedete, .non esiterà a declamarvi “Noi siam di quella razza che c’ha trombato la miseria e siam rimasti incinti”. E’ così che Monni, con un bicchiere di gin tonic in mano, con gli occhi che sorridono mefistofelicamente, riesce a trasformare un locale in un nobile palcoscenico.

 





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