I MAGGI

di Alessandro Bencistà

 

Ragazze fiorentine che danzano per il Calendimaggio; in primo piano due giovanette inginocchiate davanti a Lorenzo il Magnifico che recano in mano il “majo” (ramo di pino) e il cesto per la questua. Incisione del XV secolo dall’opuscolo a stampa Ballatette del Magnifico Lorenzo de’ Medici, (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale).


LA TRADIZIONE DEL MAGGIO


La tradizione del "maggio" che si festeggia ancora in Toscana deriva dalla antiche feste pagane, dedicate alla dea Flora, con cui si accoglieva la stagione primaverile. L'etimologia del maggio è legata a Maja, una delle più antiche divinità laziali, la madre di Ermes di origine greca; questa dea della fertilità agreste nel Medioevo subì l'influsso delle popolazioni nordiche che introdussero nel rito centrale della festa l'albero, simbolo di rigenerazione e di forza, che ancora oggi compare in tutte le manifestazioni dove si celebra la ricorrenza.

Ci sono due forme con cui si celebrano questi riti, la prima prende il nome di maggio lirico, la seconda maggio drammatico.
Il maggio lirico si svolge nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio (l’antico calendimaggio): gruppi organizzati si muovono per poderi e case della campagna: quello drammatico è invece una vera e propria rappresentazione scenica con tanto di testo basato su una storia cavalleresca, mitologica o religiosa.

IL MAGGIO LIRICO

Testimonianze di queste rappresentazioni sono assai diffuse e ben conosciute nella letteratura, non solo popolare. In Toscana fin dai tempi di Lorenzo il Magnifico si organizzano manifestazioni per celebrare l’inizio della stagione “dei fiori”. L’usanza di offrire un alberello alla donna amata, portandolo davanti alla sua abitazione ed accompagnando il gesto con poesie e musica è testimoniato da illustrazioni e testi scritti:
Ben venga Maggio
e il gonfalon selvaggio,
cantava in una sua lirica Agnolo Poliziano. Da alloro l’usanza si tramanda nei secoli fino ai nostri giorni. Valga per tutte questo “coro di contadini” del XVII secolo tratto dalla Serenata rustico civile (fatta a varie ville di Castello la sera antecedente al primo giorno 1° di maggio). Si tratta di un canto di maggio scritto da Francesco Baldovini ed inserito in un suo dramma scherzoso; la maledizione che conclude questa serenata è ancora oggi attuale nelle maggiolate toscane, in particolare nel Mugello.

TRUPPA DI CONTADINI

No’ siam gente tribolata,
fame e sete ci trascina ;
e giugnendo ov’è brigata
facciam festa alla cucina ;
diamo altrui spasso e piacere
ma vogliam mangiare e bere.

Però dateci frittate,
quarti a lesso, e quarti arrosto,
uova, cacio, e carbonate,
mangeremo il sol d’Agosto.
Non è tempo d’indugiare
date quae, che state a fare ?

Chi ci dona è un uom galante
e di collo non ci casca,
chi non vien poi di portante
no’ l’abbiam di posta in tasca.
Chi ci dà molto più riabbia
chi non dà gli dia la rabbia
chi non dà gli dia la rabbia.

Ed ecco riproposta la maledizione in un moderno canto di maggio proveniente da Barberino di Mugello, con le strofe che augurano la mala sorte a chi non offre doni:

Che v’entrasse la volpe nel pollaio
E vi mangiasse tutte le galline
Che v’entrassero i topi nel granaio
E vi muffisse il vin nelle cantine
Un accidente al padre e uno alla figlia
E il rimanente a tutta la famiglia.

Anche canti e balli accompagnavano fin dai tempi più remoti la sera del calendimaggio, come questa antica quartina che è stata rintracciata in una canzone del maggio datata 1614:
Lasciamo ir malinconia
Da che poi di Maggio siamo
Canti e balli noi facciamo
Quel ch’ha esser convien che sia.

Così ancora oggi, riprendendo le antiche usanze, in varie parti della Toscana (Mugello e Maremma ma anche lucchesìa e pisano) gruppi di giovani e di fanciulle fra la notte del 30 aprile e il primo di maggio, si recano di casa in casa, nelle aie dei contadini accompagnandosi con suoni e canti. Ad ogni visita il poeta chiede con una o più ottave improvvisate il permesso di entrare, celebrando le lodi della famiglia e augurando una buona annata di raccolti, mentre uno del gruppo detto alberaio reca l'albero (in antico majo), simbolo di felicità e di buon augurio; dopo il saluto si chiederanno con un canto di questua doni in natura (oggi si accetta anche il denaro), magari salutando con una serenata le fanciulle o le signore presenti. Con i doni raccolti (in grosso corbello portato a spalla dal corbellaio) si organizzerà poi la ribotta, festa collettiva con pranzo a cui intervengono tutti i maggerini (o maggiaioli) ma anche chi ha portato doni e desidera partecipare al rito collettivo. In Maremma questa tradizione è ancora molto sentita e raccoglie sempre ampi consensi da parte della popolazione non solo rurale.
Tutti gli anni il poeta, su tematiche contemporanee, compone un nuovo testo che si accompagna alla musica rituale.
La squadra dei maggerini, ognuna nel suo costume tradizionale, può variare a secondo dei luoghi; generalmente è composta da uno o più poeti, dall' alberaio che reca l'albero simbolo della fertilità, dal corbellaio che è addetto alla raccolta dei doni; seguono i musicisti con gli strumenti (fisarmonica) e i maggerini cantori; in epoca recente sono stati accolti nel gruppo anche le donne che prima non vi prendevano parte.
Aggiungiamo a questa usanza, che viene detta del maggio profano, una variante religiosa: il maggio sacro o delle anime purganti, dove invece di propiziarsi con canti e balli la buona stagione, si chiede un suffragio per le anime dei defunti, celebrazioni simili si svolgono ancora nel Mugello con estensione anche al di là dell’Appennino toscano, dove esiste, nel modenese, un maggio delle ragazze. Anche in questa forma si ripete il rito della questua.
Da segnalare che il repertorio di canti viene quasi sempre offerto dal gruppo agli ospiti pubblicato in fogli volanti se non addirittura libretti stampati.
Nell’epoca attuale sono riproposte in più parti della Toscana queste antiche tradizioni; fra le famose ricorrenze si vuole ricordare la Festa del maggio col Raduno delle Squadre dei Maggerini a Braccagni, piccolo centro alle porte di Grosseto, che dal 1991 organizza in un grande prato per il primo di maggio una festa a cui convengono tutte le squadre dei maggerini della provincia, ed ognuna presenta una parte del suo repertorio. Fra le squadre partecipanti segnaliamo: Braccagni, Suvereto, Ottava Zona, Ponti di Badia, Grilli, Coro Etruschi, Pettirossi di Roccastrada, Monterotondo M.mo, Ribolla, Moscona.

(Gli esempi allegati sono tratti dai fogli che vengono offerti agli ospitanti; ne esistono moltissimi).

Coro degli Etruschi (Grosseto1974)

Padron di casa si chiede il permesso
Maggio ritorna è la stagion dei fiori
Sboccian le rose ed al tempo stesso
Spigan le messi gioiscono i cuori.

Maggiaioli di Barberino di Mugello (1979)

È maggio, fiorito gl’è i giaggioli
Venite fora, ci sono i maggiaioli!
Venite fora e fatevi vedere
Se s’ha a cantare, fatelo sapere!

Maggiaioli di San Quirico Vernio (1979)

Sèmo di maggio e gl’è fiorito i rosi
E unguanno dami e un andranno sposi.
Sèmo di maggio fiorito gl’è i’ giaggiolo
Ni’ vostro core risplenda un sole solo.

Maggerini delle Fate di Monterotondo M.mo

Ottava dell’alberaio:

L’albero che vi porto è segno bono
Lo dice Umberto a questa brava gente
Della foresta è forse il miglior dono
Che ha sempre reso sacro questo ambiente.
Se l’ho tagliato chiederò perdono
E la stagione sia sempre clemente,
ve lo assicura questo vecchio saggio
e spera di tornar quest’altro maggio.

Ottava del corbellaio (1997)

Questo corbello che c’ho sulla schiena
si porta a giro qui per la campagna,
però stasera s’ha da ire a cena
e se ‘un c’è roba dentro, icché si magna ?
Gente, si canta meglio a pancia piena,
mangiare e bere l’è una gran cuccagna,
portateci i baccelli e i’ pecorino
dopo cantato vi si fa l’inchino.

Terzina:
Maggio novantasette
Si torna con i canti
Salutiamo la gente a noi davanti.
Quartina:
Affacciatevi al balcone
E ascoltate i maggerini
Tanto i grandi che i piccini
Non perdete l’occasione.

Maggerini della Squadra di Moscona (2005):

Il maggio si rinnova
E ritornano i cantori
Portando l’allegria in tutti i cuori
…………………….
Pienateci il bicchiere
Non ci lasciate senza
Poi salutiam prima di far partenza.

 

IL MAGGIO DRAMMATICO

Secondo lo studioso Alessandro D’Ancona, il maggio drammatico è una “derivazione naturale” del maggio lirico e trae origini dall’antica consuetudine di rappresentare le laudi in particolari festività religiose, laudi scritte anche da grandi poeti, come quelle di Jacopone da Todi. Queste sacre rappresentazioni (per esempio Donna de Paradiso di Jacopone) sarebbero quindi all’origine del dramma che nei secoli si amplierà fino a divenire uno spettacolo vero e proprio, rappresentato in spazi pianeggianti all’aperto, con tanto di testo, il pubblico disposto in circolo attorno agli attori recitanti; molto probabilmente per una più realistica lettura popolare delle storie sacre, che risulta assai più immediata e comprensibile che non i grandi cicli di affreschi (la Bibbia dei poveri) che adornavano le chiese. Gli argomenti narrati dal maggio drammatico sono quelli derivati dai testi sacri (Antico e Nuovo testamento), dalle leggende sulle vite dei Santi (Leggenda aurea); più tardi si passò alle leggende del ciclo cavalleresco e a quelle dei cicli classici, argomenti che prevalsero senza tuttavia escludere la materia sacra. La strofa usata è quasi sempre la quartina di ottonari derivata dal maggio lirico.
Questo legame col maggio lirico è evidenziata da Paolo Toschi che vede però nel maggio drammatico di argomento cavalleresco l’origine del maggio che ancora oggi si rappresenta nella lucchesia e nel pisano e ne traccia una sintesi: la rappresentazione che viene sempre eseguita nei mesi della buona stagione, i personaggi che sfilano per il paese in processione, i personaggi comuni alle varie storie narrate: il diavolo, il buffone, il nunzio, e ovviamente lo scontro-duello fra il bene e il male che riflette una commossa aspirazione alla giustizia, per l’uomo ma anche per il Cristo.

Gli argomenti trattati nel maggio drammatico si possono ben riconoscere dai titoli più noti pubblicati nei copioni delle compagnie: La rotta di Roncisvalle, Le glorie di Rinaldo; Ginevra di Scozia, Guerrino Meschino. Altri copioni attingono invece al mondo classico: L’incendio di Troia, La distruzione di Cartagine, Costantino imperatore, La Pia de’ Tolomei, Il conte Ugolino e via su fino a vicende più vicino a noi come La liberazione di Roma per opera di Garibaldi ed altri argomenti di carattere sociale che hanno accompagnato le lotte politiche dall’Unità d’Italia in poi.
L’archivio più ricco che conserva questa tradizione è la raccolta di maggi di Gastone Venturelli (1942-1995) messa insieme in circa trenta anni di attività e che riguarda soprattutto la provincia di Lucca. Esistono anche delle documentazioni sonore in audiocassetta e dei più recenti in videocassetta.
Le rassegne di maggi drammatici si svolgono ancora oggi in Toscana e in Emilia e soprattutto nelle zone a cavallo dell’Appennino, in alcuni casi sono stati rappresentati anche in teatro. Sono ancora viventi autori di copioni, come Nello Landi di Cascine di Buti, uno dei più prolifici autori, i cui testi sono stati recentemente pubblicati dall’Università di Firenze. Per avere un’idea degli argomenti trattati al giorno d’oggi, che si allontanano anche dagli schemi classici, si elencano i titoli dei suoi “dodici maggi” che costituiscono la materia della ricerca documentaria e possono essere considerati una sintesi di quanto è stato ed è ancora prodotto nella tradizione popolare del secondo Novecento; da notare l’inserimento della fiaba e addirittura una novità assoluta che è un maggio comico (La cenciaiola di Firenze).
Giuditta e Oloferne 1941
La Forza del Destino 1950
Leonora di Calatrava 1974
Da “I Promessi Sposi»: Renzo e Lucia 1987
Zemira 1987
Giuditta e Oloferne 1988
Severo Torelli 1989
Cenerentola 1990
Isabella e Filippo II di Spagna 1993
Ginevra degli Almieri 1995
II Fornaretto di Venezia [1997-98]
Santa Margherita da Cortona [1998-99]
Biancaneve e i sette nani 2000
La cenciaiola di Firenze 2001

Per avere un’idea dello schema narrativo presentiamo il copione dell’inizio di un maggio di Nello Landi, Renzo e Lucia tratto da “I promessi sposi”:


Don Abbondio entra da destra molto agitato e chiuderà bene la porta prima di parlare. La scena sarà con poca luce.

>DON ABBONDIO. Quale ingiusto e reo castigo
per un povero curato
che si trova minacciato
dal potente don Rodrigo.

Dai suoi “bravi” sulla via
guai a me, mi manda a dire,
se prendessi ora l’ardire
di sposar Renzo e Lucia.

Il motivo non capisco
ma l’antifona ho capita,
metto in gioco la mia vita
se a lui non obbedisco!...

Perpetua entrerà da sinistra e poserà sul tavolo un fiaschetto col vino e un bicchiere. Dopo un po’ dirà:

PERPETUA Come mai signor curato
così mesto e pensieroso?
DON ABBONDIO Ho bisogno di riposo,
forse troppo ho camminato.

PERPETUA Senta, me non mi s’imbroglia,
lei qualcosa ha per la mente.
DON ABBONDIO Io vi dico non ho niente
di parlare non ho voglia

E dovreste almen capire
Se vi dico non ho niente:
o è senz’altro certamente
cosa che non posso dire!...

PERPETUA Io non faccio per sapere
ma un consiglio potre’ dare
DON ABBONDIO Per pietà lasciate stare
e versatemi da bere.

 

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