L’AMBULANTE SCUOLA

BREVE STORIA DELL’ OTTAVA RIMA IN TOSCANA

di Alessandro Bencistà


LE ORIGINI

L’origine moderna della poesia in ottava rima (narrata e/o improvvisata) è da legare al canto dei trovatori che, con la diffusione delle lingue volgari venute d’oltralpe furono accolti nelle corti d’Italia, specialmente in Sicilia a quella di Federico II e poi in tutta la penisola. Contrasti che ci sono pervenuti da questa primitiva “scuola” appartengono all’ area genovese, siciliana, lombarda, umbra. Sarà poi Firenze, la città della nascente borghesia, a raccogliere il vastissimo patrimonio di canti, contrasti, poemi, favole e quanto altro fosse gradito al numero sempre crescente di abitanti che si stava ammassando entro la cerchia delle mura e nell’immediato contado; l’ambiente più frequentato per questo spettacolo popolare era la piazza, nel caso nostro quella del Mercato Vecchio e l’altra vicina di San Martino, ambedue situate nell’area dell’antico centro della “cerchia antica”.
Da qui può partire una sommaria ricerca sulla nascita e diffusione del canto estemporaneo, che trovò subito il suo metro adatto nell’ottava rima, siciliana e toscana; quella toscana (ABABABCC) deriva da un componimento in lingua francese, “Au renouvel de la douçur d’esté”, del poeta Gace Brulé, che si può datare sicuramente fra il 1180 e il 1185.

Questo rimatore provenzale era senz’altro molto conosciuto alla corte di Carlo d’Angiò, ciò porta a concludere che anche l’ottava toscana, come la siciliana sia stata importata dalla Francia. Ciò ovviamente, nulla toglie al peso storico dell’iniziativa di Giovanni Boccaccio, quando assunse l’ottava a strofe dei suoi poemi narrativi; fino al 1340, in quel suo splendido periodo giovanile risiede a Napoli, dove frequenta assiduamente la corte angioina, dove apprende questa maniera di cantare che al suo rientro fiorentino utilizzerà come metro nei suoi poemetti. una di queste prime ottave è presente nel suo Filocolo (1336) cui seguiranno, il Filostrato, il Teseida e il Ninfale fiesolano, che ebbero una grande diffusione in Firenze. Questo è da considerare un punto fermo nella storia dell’ottava, anche se la ricchezza e la complessità della storia, resta aperta sempre a nuove ipotesi derivanti da improbabili ma non impossibili scoperte.
Soltanto nella metà del Trecento inizia la diffusione nell’ambito popolare dei cantàri e poemetti in ottava (ma anche in terzine), cioè nell’età di Antonio Pucci e del poco più giovane Franco Sacchetti; sono loro i primi ad iniziare la storia del contrasto facendo uso del metro boccaccesco, metro che durerà con poche variazioni fino al Morgante del Pulci, alla Nencia di Lorenzo de’ Medici e ai Reali di Francia dell’Altissimo; si consegna così al Boiardo, all’Ariosto e al Tasso una vastissimo materiale di storie, leggende e cantàri senza il quale non sarebbe stato possibile creare quei mirabili capolavori di poesia e di avventura che sono i poemi cavallereschi.

Con questi poeti l’ottava raggiunge le massime altezze rinvigorendo ancora di più il modulo popolare che a “nuova vita restituito” giungerà con i suoi epigoni fino alle soglie dell’epoca contemporanea passando attraverso il Menchi, il Sestini, il Niccheri, la letteratura muricciolaia e i quattrocento libretti da due soldi (dieci centesimi) della editrice fiorentina di Adriano Salani.
Possiamo dunque ammettere che la nuova tecnica dell’ottava ha largamente contribuito a codificare in una composizione scritta moduli e tecniche della recitazione orale, evoluzione ormai da considerare qualcosa di più che un’ipotesi probabile che trova corrispondenza in una documentata elevazione sociale e letteraria dei cantastorie di cui alcuni, come il Pucci, non sono certamente rozzi o incolti come sono stati definiti da certa critica, ma attenti e fini conoscitori della produzione letteraria non solo volgare, ma anche classica; per rendersene conto basta leggere attentamente la produzione del campanaio fiorentino, dai sirventesi, alle rime, al Centiloquio, un’opera così vasta che si stenta a credere come il banditore ufficiale del comune di Firenze abbia trovato il tempo per comporla tutta.

LA POESIA ESTEMPORANEA DAL 1300 AL 1800

Alla fine del Trecento dunque contrasto e poema in ottava si sono ormai imposti e costituiscono un genere autonomo. Esiste anche un “Trattato dei ritmi volgari” scritto nella seconda metà del Trecento (del veronese Gidino di Sommacampagna) che rifacendosi ad un analogo trattato in latino del padovano Antonio da Tempo, descrive minuziosamente questa forma di poesia; ci dice che era cantato da due compagni su una stessa materia che i due si chiamano opponente e rispondente, che ciascuno canta una stanza di otto versi di undici sillabe di cui sei versi con due sole sillabe (rime).
Dopo il Pucci e il Sacchetti questi cantari in rima si estendono in tutta l’area della Toscana ed oltre, il Quattrocento sarà il secolo in cui si consolida il primato culturale di Firenze.
Contrariamente al “maestro” che non lasciò mai Firenze e le sue campane, i cantastorie che ne hanno adottato il modulo, giravano di città in città, di fiera in fiera, ovunque ci fosse una festa (laica o religiosa non fa differenza) e di conseguenza una folla numerosa disposta ad ascoltarli. Spesso venivano anche ingaggiati e pagati dai comuni allo scopo di dilettare popolo e signori. A Firenze avevano un luogo fisso, quasi uno spazio teatrale, ed era la piazza di S.Martino, poco distante da piazza della Signoria. Il popolo si sedeva su delle panche, su una più alta, come una specie di pulpito, saliva il canterino (da questa abitudine il nome di cantimpanca) che si esibiva accompagnandosi con una chitarra o liuto e dimostrando una certa pratica, affatto superficiale, della musica.
Il Poliziano, che non disdegnava le improvvisazioni in latino, lodò in un suo scritto un certo Antonio di Guido che ebbe tanta fama intorno al 1450. Alla sua morte l’umanista Luca Landucci (1486) ne parlò come il più celebre nell’arte di cantare all’improvviso.
Scrive un suo contemporaneo di averlo sentito cantare nella piazza di S.Martino le guerre d’Orlando con tanta eloquenza che pareva di udire il Petrarca, e considerando la fama secolare del poeta d’Incisa ci sembra un riconoscimento degno di nota.
Peccato che non siano pervenuti fino a noi esempi della poesia di questo Antonio di Guido.
Fra i molti fiorentini che si esibirono in questa piazza si racconta anche di Lorenzo il Magnifico, di suo figlio Piero e del Pulci.
I poeti improvvisatori fiorentini venivano ingaggiati da altri comuni per far divertire il popolo e i signori e, a quanto risulta, venivano pagati lautamente; in un documento rintracciato da Alessandro D’Ancona è registrata anche la cifra con cui alcuni di questi vennero stipendiati dal comune di Perugina che li ingaggiò a Firenze: quaranta fiorini d’oro, non pochi se si pensa che nello stesso anno fu “allogata” la celebre cantoria del duomo di Firenze a Luca della Robbia e abbiamo due documenti che riportano uno stanziamento di sei fiorini.
Si ricorda ancora un Cristoforo Fiorentino detto l’Altissimo che ridusse in ottave i “Reali di Francia” di Andrea da Barberino; visse costui dal 1480 al 1514, fu uno dei più celebri cantori in panca e i suoi versi furono anche stampati a Venezia nel 1514 e nel frontespizio dell’opera si legge Reali di Francia di M.Cristoforo Fiorentino detto l’Altissimo, poeta laureato cantato da lui all’improvviso, ma non si capisce bene chi fu a “laurearlo” poeta. Un altro suo poema, “La rotta di Ravenna”, fu stampato con la scritta: In S. Martino di Firenze all’improvviso, dell’Altissimo, poeta fiorentino, poeta laureato, copiato dalla viva voce da varie persone mentre cantava.
Una certa fama sicuramente ebbe il “gran lume aretin l’Unico Accolti” di cui parla l’Ariosto nel suo Furioso; Benedetto Varchi nella sua commedia “La suocera” ricorda infine le farse di Battista dell’Ottonaio e di Nanni Cieco. Un’altra testimonianza autorevole è quella di Benedetto Dei, che nella sua Cronica ci riferisce di cantari e sonetti.
In un codice della metà del Quattrocento si trova un serventese col “Bisticcio dell’acqua e del vino” che ancora nel secolo seguente sarà stampato col titolo “Contrasto de l’aqua e del vino” in ottave. E’ un tema ancora oggi caro ai poeti estemporanei, soprattutto considerando il fatto che in Toscana quasi ovunque il vino era considerato come un alimento indispensabile e in quasi tutti i contrasti sull’argomento si ricorda un celebre distico con cui una non meglio identificata poetessa alla quale era toccato di interpretare la parte dell’acqua, alzando il bicchiere chiuse l’ottava con questi versi : “Tu sei carina e lodar ti devo / mi ci sciacquo le mani ma ‘un ti bevo”.


L’OTTOCENTO

Vogliamo iniziare a parlare dei poeti estemporanei dell’Ottocento ancora con una donna, che non ha nulla a che vedere con le poetesse “colte” di ambito arcadico.
Stiamo parlando di Beatrice Bugelli di Pian degli Ontani, o la “poetessa pastora” come è anche conosciuta. Con lei incomincia la storia della poesia di improvvisazione moderna che, con ovvie mutazioni legate al divenire storico e sociale, giungerà pressoché inalterata fino ai nostri giorni.
In questa epoca la regione ove più si conserva e si sviluppa il canto popolare è la montagna pistoiese, o forse, senza nulla togliere ad altre regioni in cui la tradizione canora e poetica è ricchissima (lucchesia, Mugello, Casentino, Maremma) il caso volle che eminenti letterati e amanti delle tradizioni popolari, il cui studio si sviluppò enormemente in epoca romantica, furono assidui frequentatori di queste montagne e lasciarono nei loro scritti una ricca documentazione, Niccolò Tommaseo per primo con la sua Gita nel Pistojese dell’ottobre del 1832.
Ma ritornando alla nostra Beatrice Bugelli va ricordato anzi tutto che questa poetessa è ancora oggi, ad oltre un secolo dalla morte, un mito nella memoria storica e affettiva dei poeti estemporanei.
Nata nel 1802 nel comune di Cutigliano era figlia di uno scalpellino e rimase orfana di madre quando ancora era bambina; seguì quindi il padre per tutta la sua infanzia, dalla montagna pistoiese alla Maremma. Analfabeta come la maggior parte dei montanari, fu però dotata fin da piccola di una memoria prodigiosa che l’aiutò ad imparare a recitare lunghi brani poetici. Pur non avendo lasciato nulla di scritto è considerata fra i più grandi poeti improvvisatori dell’Ottocento. Non staremo qui a raccontare per esteso le vicende della sua lunga e dura vita, quasi tutta trascorsa nella montagna pistoiese; si occuparono infatti di lei insigni studiosi, da Niccolò Tommaseo, al Rossi-Cassigoli a Francesca (Ester Frances) Alexander, figlia di un ricco americano di Boston che la frequentò a lungo e che ci lasciò la maggior parte delle testimonianze scritte sul suo canto insieme ad una consistente mole di disegni e testi con musica, Francesca Alexander (la Toscana era diventata ormai la sua patria) fu la sola e grande amica di Beatrice, nella montagna pistoiese trascorse lunghi periodi della sua vita; di lei scrisse che “fu una delle donne più meravigliose che ho conosciuto...anche se la chiamano Beatrice di Pian degli Ontani, lei veramente vive a Pian di Novello...la sua casa è nella valle del Sestaione e se c’è un posto nel mondo più bello di quella valle io non l’ho ancora visto”.
Anche il Pascoli, giovanissimo, volle andarla ad udire dalla sua Romagna; Giovambattista Giuliani, famoso dantista e autore delle “Delizie del parlar toscano” scrisse di lei che “Ha un par d’occhi grandi e nerissimi...nella sua fronte rilevata e aperta sfavilla l’ingegno” (Sul vivente linguaggio della Toscana). Lo stesso Giuliani scrive in una lettera al Tommaseo: “Ebbi pur finalmente la consolazione di vedere l’ammirabile Beatrice di Pian degli Ontani e d’ascoltarne il soavissimo canto, incredibile a chi non l’ode. Ell’è davvero un portento di natura: il suo verso prorompe di limpida e larga vena, e si dispiega abbondante né fallisce mai...per divino istinto s’apre e diffondesi a cantare di poesia, mentre pur bada continuo al bestiame.”
Da questi autori riprendiamo le notizie di contrasti poetici a cui fu chiamata Beatrice, che continuò ad improvvisare fino alla vecchiaia e la sua casa fu ancora la meta di molti poeti. L’ultimo fra gli scrittori che la conobbe viva fu Renato Fucini che scrisse: “..al Pian di Novello, nella misera casetta dove io la vidi agonizzare”.
L’Ottocento non fu certo avaro di poeti improvvisatori, se ne enumerano ancora molti; tuttavia il giudizio che ne scaturisce non sempre è positivo come nei riguardi di Beatrice Bugelli; strimpellatori , mestieranti, triviali, grossolani, sono alcuni degli aggettivi con cui si conclude il giudizio sui poeti estemporanei; ma si tratta del giudizio della critica che ovviamente non intacca la fama di cui questi poeti godettero fra la gente comune.
Ricorderemo fra i più noti: Giuseppe Moroni detto il Niccheri, che ci ha lasciato fra le altre cose un poemetto in ottave sulla Pia de’ Tolomei su cui avevano già cantato Bartolomeo Sestini e Giuseppe Baldi. Lo sottolineiamo perché la Pia del Niccheri ebbe una fama straordinaria: diffusa prima su fogli a stampa, riuscì nel 1875 nei librettini della Casa Editrice Salani che arrivò a stampare e diffondere in più edizioni oltre 70.000 copie; uno sproposito per quell’epoca. Ancora oggi queste ottave del Niccheri risultano fra le più amate e conosciute delle storie in rima e vengono ricordate a memoria in tutta la Toscana.
Fra i poeti ottocenteschi citeremo ancora Anton Francesco Menchi, nato nel 1762 a Cucciano nella montagna pistoiese, fu come scrisse il Giannini, il più celebre cantastorie e poeta popolare del suo tempo in Firenze. Racconta un contemporaneo, Giuseppe Arcangeli, che improvvisava nei giorni del marcato nella Piazza del Granduca (Piazza Signoria) e richiamava intorno a sé una gran folla di campagnoli, quando suonando il suo tamburello a sonagli faceva uscire come per incanto da una cassetta una faina addomesticata; fu avverso alle idee rivoluzionarie che venivano dalla Francia, cantò gli orrori della novella Babilonia (la Rivoluzione) la morte di Luigi XVI, e la cattura di Papa Pio VI; contrariamente a certi suoi contemporanei che celebrarono le campagne e le vittorie di Napoleone, Menchi fu autore di un lungo canto in cui condannò aspramente le sue guerre “che fecero morire miglioni d’uomini” e infine ne celebrò la caduta.
Ripristinati i vecchi Governi li salutò con giubilo ma non ne chiese favori. Continuò come testimonia l’Arcangeli fino alla vecchiaia il suo mestiere di cantastorie giocando nei mercati con la sua faina e divertendo ancora tutti coloro che lo attorniavano.
Suo è il celebre canto del coscritto “Partire, partirò, partir bisogna” che scrisse quando il Bonaparte ordinò le prime leve. Un canto bellissimo che fu diffuso in tutta la Toscana ed anche fuori.
Lezioni simili di questo canto si ritroveranno poi in diverse raccolte in varie regioni italiane.
Gli ultimi decenni dell’Ottocento segnano il periodo di maggior diffusione della poesia popolare a stampa, le tipografie si stanno ormai avviando la completa ristrutturazione dei macchinari, le moderne tecniche di stampa con la rotativa permettono di ottenere tirature sempre più alte ; il livello qualitativo di questa “letteratura muricciolaia” decade notevolmente, spesso per vendere qualche copia in più si cede al gusto del macabro e/o dell’osceno, arrivando a pubblicare tutto ciò che solleticava la curiosità delle masse popolari, qualche titolo di questi librettini è illuminante : “I cento peccati delle donne”, “Una moglie infedele che uccide i figli”, “Un vecchio che ha sposato dieci mogli”, “Storia di una ragazza che ha cambiato 36 amanti” ecc. ecc. Quanto alla forma metrica è sempre il modulo dell’ottava rima, specialmente il contrasto, ad essere il più apprezzato dalle poco alfabetizzate masse popolari. La casa editrice Salani, da cui abbiamo preso i titoli citati sopra, dal 1875 pubblicò 400 libretti popolari da dieci centesimi, 20-22 pagine in sedicesimo, che saranno ristampate fino al 1930 circa ed ancora oggi sono un punto di riferimento per la conoscenza della letteratura popolaresca.

IL NOVECENTO

Col Novecento la stampa è ormai largamente diffusa accanto alla poesia orale e ne diventa l’ovvio completamento. Spesso nelle fiere e nei mercati questi cantori girovaghi, che fino a pochi decenni prima erano soliti accompagnarsi solo con gli strumenti e poveri fogli volanti ogni tanto sequestrati dalla attenta vigilanza delle guardie di polizia, ora distribuiscono anche dei libretti a stampa con le loro storie, pubblicazioni in fogli o in sedicesimo di cui la casa editrice Salani di Firenze abbiamo visto era stata fra le più attive.
Un’altra casa editrice che si distinse per queste edizioni a carattere popolare, questa volta in prosa anziché in poesia, fu la fiorentina Nerbini; grande diffusione ebbero le storie da romanzo gotico di Ginevra degli Almieri e di Pia de’ Tolomei, libretti che a distanza di un secolo ancora si ristampano (sempre da Nerbini) e trovano un fedele ad appassionato pubblico.
Purtroppo la maggior parte degli originali è andata perduta, è così che la memoria dei poeti e cantori diventa una fonte di documentazione insostituibile per recuperare e tramandare anche interi poemetti. Conosciamo vecchi appassionati che oggi amano recitare e/o cantare a memoria quelle storie tristi e tragiche che un secolo fa erano in bocca ai cantastorie; citiamo per tutti il maremmano Eugenio Bargagli, che pur avendo superato il novantesimo anno è ancora attivo; il poeta improvvisatore di Agliana Realdo Tonti e Bruno Malinconi di S.Giorgio a Colonica.
Altre storie ispirate ad episodi di vita vissuta sono giunte fino ai nostri giorni, recuperando una fama che a quel tempo aveva raggiunto un pubblico veramente esteso; i mass-media odierni ebbero in questi poeti e in questi fogli volanti i loro precursori, divennero scuola a pieno diritto, “ambulante scuola” come la chiamò uno di loro, e questa espressione è diventata un manifesto.
Vogliamo rammentare qualche titolo : la disperata storia di Angelica, “Una Ragazza assalita da tre giovanotti e vendicata dal fratello” che ancora si tramanda di generazione in generazione in Casentino e in Maremma, si tratta di sestine composte da endecasillabi secondo la più consueta tradizione di cui si dice autore L.Magazzini, il foglio è datato 1904. “Il tragico fatto di Pellaro”, Truce delitto di una matrigna, composizione di Pilade Soldaini, senza data (1911?) ma stampato probabilmente nella stessa epoca a Firenze nella tipografia A.Bernardi. Questi fogli hanno ancora una capillare diffusione e la manterranno fino alla fine degli anni Cinquanta, lasciando poi uno spazio ai primi dischi microsolco.

L’OTTAVA RIMA MODERNA

Se dei poemetti o canti raccolti in fogli volanti ci restano non poche testimonianze, non molto resta invece del contrasto improvvisato in ottava rima fino all’avvento di quei rivoluzionari strumenti di documentazione sonora che sono i dischi e i nastri magnetici, questi ultimi soprattutto che incontrarono subito il favore dei poeti, in particolare quelli che avevano utilizzato la loro arte per sopravvivere col piccolo commercio ambulante.
La ricostruzione di alcune fra le maggiori personalità poetiche del Novecento è comunque affidata alla memoria storica dei bernescanti contemporanei; anche se di recente non mancano ampi ed approfonditi studi sulla materia, la maggior parte dei lavori editi riguardano il canto popolare propriamente detto (serenata, stornello, ballata ecc.). Minor interesse ha incontrato presso gli studiosi il contrasto in ottava rima, su cui pesa il giudizio un po’ troppo approssimativo lasciato dagli eruditi ottocenteschi che lo ritenevano rozzo e triviale, quindi non degno di essere trascritto e salvato. Nel secondo Novecento invece l’argomento viene riconsiderato soprattutto ad opera di studiosi insigni come Ernesto De Martino e Diego Carpitella, che ci hanno lasciato una importante documentazione anche sonora.
Ma vogliamo segnalare che il primo esempio cantato del contrasto in ottava rima lo abbiamo rintracciato in un vecchio disco a 78 giri (Homocord) del 1930: mezza ottava inserita in un monologo in vernacolo fiorentino dal comico Giulio Ginanni.
Dalla seconda metà degli anni sessanta cominciano anche ad apparire i primi dischi che i cantastorie e bernescanti offrivano sulle piazze insieme agli altri prodotti del loro piccolo commercio ambulante. In Toscana i più famosi che abbiamo potuto documentare e di cui ancora si riesce a rintracciare qualche disco originale furono attivi nella zona di Firenze (Ceccherini, Piccardi, Logli), di Prato-Pistoia (Andreini) e in Maremma (Eugenio Bargagli, Severino Cagneschi); i primi due gruppi trattano quasi esclusivamente il contrasto in ottava rima mentre Eugenio Bargagli è un vero e autentico cantastorie il cui repertorio spazia dal canto narrativo e/o in quartine o sestine, alle storie satiriche, agli stornelli.
Fra i poeti improvvisatori del primo Novecento che hanno lasciato qualche pubblicazione scritta, ricorderemo anzitutto Idalberto Targioni e Vittorino Poggi, del primo ci restano diverse pubblicazioni, il secondo ha lasciato pochissimo, noi conosciamo solo un libriccino rintracciato nella Biblioteca Nazionale di Firenze; recentemente sono stati pubblicati i contrasti di due concorsi tenuti nel 1938 e 1939 a Querceto di Sesto Fiorentino e organizzati dalla sezione locale dell’Opera Nazionale Dopolavoro, vi parteciparono alcuni dei poeti estemporanei più famosi come Vasco Cai da Bientina, Mario Andreini ( primo classificato) e Giuseppe Masolini di Prato; nel concorso del 1939 è presente anche Gino Ceccherini che nell’immediato dopoguerra diventerà uno dei maggiori protagonisti insieme al collega Elio Piccardi.
Anno XVI dell’ Era Fascista: i contrasti del primo concorso di Sesto sono del tipo madre e figlio, penna e vanga, palombaro e minatore, Bartali e Bini; nel secondo si celebreranno invece i motti del Duce e vincitore risulterà Vasco Cai. Certamente il regime seppe creare un certo consenso intorno alle manifestazioni popolari ma non si creda però che il consenso verso il regime sia sempre stato così manifesto, anche se i gerarchi vigilavano attentamente, ogni tanto qualche manifestazione di aperto dissenso, se non di condanna sfuggiva ai poeti che, non dimentichiamolo sono sempre di estrazione popolare e legati al mondo contadino o del lavoro.
E’ naturale quindi che, caduto il fascismo, anche i poeti estemporanei abbiano dato libero sfogo ai loro sentimenti repressi per vent’anni; violente e truci sono alcune ottave del poeta Mario Andreini di Prato, “Mussolini all’Inferno”, oppure “La fuga di Gambe Corte” che Ceccherini pubblicò in un foglio volante nel 1946, contro il il re che “la guerra la pigliava per uno sporte”.
Commossa invece la descrizione di Firenze distrutta che Ceccherini cantò: ci sono immagini molto belle che ci dimostrano quanta arte poetica ci fosse nell’analfabeta Ceccherini: “Piangere tu gli vedi i Fiorentini / nel perder l’arte con la poesia”, “di vergogne ne abbiamo un monumento”, non senza una certa pietà verso coloro che avevano ridotto l’Italia in quelle condizioni: “Dimolti tu li vedi nel dolore / a capo basso camminando ritti”.


DA VASCO CAI, GINO CECCHERINI ED ELIO PICCARDI A OGGI

Il pisano (di Cascine di Buti) Vasco Cai è unanimemente riconosciuto come il più grande poeta improvvisatore della seconda metà del Novecento. Ne ha tracciato un bel profilo Fabrizio Franceschini nel saggio a lui dedicato, ma non ha lasciato niente di scritto. L’avventura umana e poetica di Ceccherini comincia invece dopo la tragica e dolorosa parentesi della guerra; ci preme richiamare a mente quell’”ambulante scuola” di cui abbiamo parlato prima.
Ceccherini non era da meno di Cai quanto ad abilità nell’ improvvisazione dei temi, chi li ha conosciuti entrambi può renderne testimonianza; più incline ai temi giocosi il primo, sempre pronto allo scherzo e alla facile battuta, quanto serio e riflessivo era Cai. Ceccherini venditore ambulante era abituato al pubblico e al clamore delle fiere e dei mercati, un pubblico che richiedeva da lui un’ora di puro divertimento, anche se pur scherzando il poeta sapeva spiegare con arte la sua visione della vita e della società; Cai esigeva la concentrazione e il silenzio, era consapevole dell’impegno necessario al poeta per esprimere il meglio della sua arte.
L’ambiente in cui operò Ceccherini fu la città di Firenze e i centri del contado, con escursioni anche nel pratese ma senza danneggiare il suo collega Andreini, ambulante anche lui, che aveva il suo territorio operativo fra Prato e Pistoia e fu il suo primo collega di lavoro.
Si unì poi ad Elio Piccardi di Castelfranco di Sopra con cui lavorò fino alla scomparsa. Spesso si univa a loro anche il giovane Altamante Logli di Scandicci, detto “il poetino”. È a loro che ancora oggi dobbiamo molte delle notizie sull’attività dei bernescanti in quel periodo che abbiamo cercato di ricostruire nel nostro volume “I POETI DEL MERCATO” cui rimandiamo per una esauriente antologia dei loro contrasti poetici.
POETI DEL MERCATO, non solo perché Ceccherini e Piccardi erano due venditori ambulanti di lamette e poesia, ma anche per sottolineare la continuità della poesia popolare del Novecento con quella dei secoli passati, a cominciare da Antonio Pucci campanaio, che compone un capitolo in terza rima sulle “Proprietà del mercato Vecchio”, l’ambiente ideale in cui nasce e si diffonde la poesia che trattiamo oggi, una poesia affatto banale, anzi ricca di stimoli e di osservazioni sulla realtà e sull’eterno confronto-scontro fra le classi sociali esistenti, che è anche confronto di cultura, non solo di potere.


Fra i fogli volanti che distribuivano fra un contrasto e l’altro, vogliamo evidenziare “In 50 anni di canto improvvisato / 41 poeti ho presentato”, 12 ottave in cui Ceccherini passa in rassegna tutti i poeti estemporanei allora attivi fra Pistoia, Arezzo e Firenze, non senza una frecciatina contro quei poeti “da vendemmiatura” che fanno “più male che dell’alluvione”. Un modulo già presente nelle ottave del Niccheri e di Vittorino Poggi che ebbe fortuna e sarà ancora utilizzato dal bernescante aretino Edilio Romanelli che pubblicherà nel 1981 addirittura un libro di 400 ottave (una per ciascun poeta fra cui il giovane Roberto Benigni), un vero e proprio censimento degli interpreti del canto popolare in ottava rima.
Ci preme ricordare questo aspetto “letterario” della loro produzione poetica, perché senza il materiale cartaceo non sarebbe rimasto quasi niente dei loro versi. E furono ancora i bernescanti i primi ad usare quegli apparecchi di registrazione allora poco diffusi, che la tecnologia moderna aveva appena incominciato a produrre, come il magnetofono a pile, testimone preciso di molti incontri poetici nelle serate a cui venivano invitati, feste dell’Unità o altre occasioni di intrattenimento. Dall’ascolto di questi vecchi nastri abbiamo potuto mettere a confronto le ottave di autentica improvvisazione con le incisioni semiprofessionali dei dischi in vinile, necessariamente più brevi, essendo il contrasto legato al tempo tecnico di durata del microsolco, quasi sempre compreso fra i quattro e i sette minuti. E bisogna riconoscere che non vi sono differenze sostanziali per quanto riguarda il contenuto delle tematiche, quasi sempre anche il disco inciso in sala di registrazione conserva il carattere immediato e genuino dell’improvvisazione sulle piazze.
Questi contrasti, oltre ad essere di una sconvolgente attualità, conservano ancora intatta la loro freschezza, come se fossero stati improvvisati al mercato, ciò a dimostrazione che, come ancora oggi avviene quando si registra una trasmissione nelle piccole televisioni locali, anche in un ambiente estraneo e non certo favorevole alla creatività poetica, i nostri poeti erano capaci di dare un saggio estremamente rigoroso della loro arte.

Oggi anche la televisione ha documentato sia pure approssimativamente esempi di poesia estemporanea, ma i tempi concessi dal piccolo schermo sono troppo brevi, neanche un minimo di riscaldamento per chi è abituato alle fiere o mercati, alle lunghe veglie sull’aia o al canto del fuoco, e manca l’essenziale presenza del pubblico.
L’unica manifestazione in cui è stato possibile ricreare, almeno in parte, l’ambiente popolare del passato sono gli Incontri di Poesia estemporanea di Ribolla, oggi giunti alla XIV edizione. Nel piccolo centro maremmano rimane ancora un profondo legame con la tradizione dell’oralità, un amore sincero per l’improvvisazione in ottava rima. Dal 1992 convengono nel circolo locale i maggiori poeti improvvisatori della Toscana e del Lazio, si scelgono i temi col sorteggio, si ascoltano in religioso silenzio i temi proposti dal pubblico che affolla la sala sempre pronto a sottolineare con scroscianti applausi i migliori versi. Da allora dobbiamo registrare una forte ripresa della tradizione poetica estemporanea che ha attirato anche un ricambio generazionale. Sono stati pubblicati libri, articoli di giornale, passaggi televisivi; un interesse che è arrivato fino alle aule universitarie. Sono poi nate anche altre manifestazioni similari: ad Agliana, Arezzo, Siena.
La poesia estemporanea, data per morta più di un secolo fa, è ancora seguita da un suo fedele pubblico, ciò fa ben sperare.
Abbiamo osservato come la poesia degli improvvisatori fosse stata nel secolo scorso forse troppo sbrigativamente accantonata come rozza, volgare e/o priva di interesse storico o di valori estetici tali da competere con gli stornelli, i rispetti o i canti d’amore; la sola Francesca Alexander, la cui analisi non era viziata da poco opportuni paragoni con i sommi poeti del passato, riesce a dare di quel canto un’immagine serena e veritiera, riesce a cogliere pienamente il valore anche estetico delle ottave contadine, che risplende di una luce propria e, se non ha raggiunto le vette supreme della poesia colta, è perché l’ambiente non ha permesso a questi poeti di superare l’ardua barriera che separa le due culture; vogliamo insomma dire che se a Beatrice di Pian degli Ontani o a Vasco Cai, o a Gino Cecherini fossero state aperte le porte della scuola, dei grandi teatri e delle accademie letterarie, forse lo scaffale della nostra letteratura avrebbe qualche poeta in più da annoverare. Era successo nel Settecento con Metastasio, è successo ancora oggi con Roberto Benigni.
Il fatto che un poeta contadino ignori Petrarca e Leopardi nulla toglie al valore poetico dei suoi versi, quando questi riescono a comunicare un’emozione, un sentimento, in una sola parola riescono ad essere “scuola”, quella scuola ambulante di cui parlava Vittorino Poggi.
Ma in quell’ambiente solo apparentemente rozzo e volgare, dove vivevano pastori e contadini, dove lo spazio lasciato vuoto dalla “scuola ufficiale” era enorme fino a pochi anni addietro, si spandeva invece la voce del poeta, il canto e la sua vena inesauribile con cui sapeva affrontare (e trasmettere) anche i grandi temi della storia; ed anche nelle piazze e nelle osterie dei villaggi, nelle aie e nelle grandi cucine contadine, dove si trovava un’umanità vera, poco disposta a scendere a compromessi con quella che era la cultura ufficiale dominante.
Il pubblico dei poeti popolari non lo abbiamo mai visto annoiato come quello che frequenta le scuole e le università, anzi lo abbiamo sempre visto seguire con vibrante partecipazione ogni occasione di canto, perché quella era la cultura in cui si riconosceva. Canti fatti dal popolo e per il popolo, per attenerci alla prima delle tre definizioni di Rubieri (due: canti composti per il popolo ma non dal popolo, tre: canti scritti né dal popolo né per il popolo ma da questo adottati perché conformi alla sua maniera di pensare e di sentire) che Gramsci sottolinea nellle sue osservazioni sul folclore.
La poesia di improvvisazione crediamo di poterla collocare al primo punto anche se del terzo contiene quel suo “ essere conforme alla sua maniera di pensare e di sentire”.
Scrive ancora Gramsci, ed anche questa osservazione ben si adatta alla poesia estemporanea, “ciò che contraddistingue il canto popolare nel quadro di una nazione e della sua cultura non è il fatto artistico (bello, sublime, rozzo...) né l’origine storica (quando è nato il contrasto? chi lo ha usato per la prima volta?) ma il suo modo di concepire il mondo e la vita. Che nel caso dei poeti ambulanti si identifica perfettamente con la struttura ideologica semplice ma essenziale, di quella folla attenta e rispettosa che si accalcava intorno alle povere bancarelle.
Abbiamo potuto documentare solo una parte della loro opera, ma sufficiente per capire a fondo la poetica dei bernescanti; certo il bisogno di evasione delle genti contadine, che vengono al mercato oppure vanno a veglia, meritato riposo dopo lunghe giornate di lavoro, spesso richiede ai poeti un canto giocoso, e ne abbiamo visto i temi, ma quando la storia incombe, quando si devono giudicare (o decidere) i grandi temi della Pace e della Guerra, della Politica o della Religione, della Vita o della Morte, i poeti non si tirano indietro e affrontano la storia, senza incertezze di giudizio: sanno e comprendono benissimo dove sta il torto e dove la ragione, dove sta la giustizia e dove l’ingiustizia, il male (la violenza e la guerra) e il bene (la pace e l’amore). Il poeta popolare ha cantato Napoleone e Mussolini, la democrazia e la dittatura, la religione e l’ateismo, la natura e la scienza, su queste categorie di pensiero ha sempre dato la sua interpretazione dei fatti con incrollabile sicurezza, senza lasciare “ai posteri l’ardua sentenza” come qualche altro poeta ha fatto.

Alessandro Bencistà

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:


FABRIZIO FRANCESCHINI, I contrasti in ottava rima e l’opera di Vasco Cai da Bientina, Pacini ed. Pisa 1983 ;
GIOVANNI KEZICH, I poeti contadini, Bulzoni ed. Roma 1986 ;
ALESSANDRO BENCISTA’ (a cura) I poeti del mercato, ed. Studium, Radda in Chianti, 1990 ;
MAURO PASTACALDI (a cura) ...se tu guadagni otto e spendi nove...Mario Andreini un maestro della poesia estemporanea, Ed. Pantagruel, Pistoia 1992 ;
BENCISTA' ALESSANDRO (a cura), I Bernescanti, Polistampa ed. Firenze 1994 ;
AA.VV. L’arte del dire, Atti del convegno di studi sull’improvvisazione poetica, Biblioteca Chelliana-Archivio delle Tradizioni Popolari della Maremma Grossetana, Grosseto 1999 ;
CORRADO BARONTINI (a cura), Il cantastorie, Biblioteca Chelliana-Archivio delle Tradizioni Popolari della Maremma Grossetana, Grosseto 2000 ;
C.BARONTINI-A.BENCISTA’ (a cura), Poesia estemporanea a Ribolla, ToscanaFolk-Laurum ed. Pitigliano, 2002;
BATTISTONI GIANNI, (a cura), Cantar in poesia, Due concorsi di poesia estemporanea, Querceto 1938 – 1939, Ed. Polistampa, Firenze 2003;
BENCISTA' ALESSANDRO, L’ambulante scuola, Sempre Editrice, Firenze 2004;
BENCISTA' ALESSANDRO (a cura), L’alluvione dell’Arno nel 1333 e altre storie di un poeta campanaio, LibreriaChiari ed. Reggello 2006.

TOSCANA FOLK, Rivista del CENTRO STUDI TRADIZIONI POPOLARI TOSCANE, numeri da 1 a 11.
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