Libreria Chiari – FIRENZE LIBRI

Collana
COMMEDIA FIORENTINA

diretta da ALESSANDRO BENCISTÀ


Sono uscite le seguenti commedi
e

1 A.Novelli, L’acqua cheta commedia in tre atti, Libreria Chiari, Firenze 1999


2 A. Novelli, Gallina vecchia
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3 F.Paolieri, I’ pateracchio
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4 A.Roster, Fra le disturne e i canti
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2000
5 A.Novelli, ...E chi vive si dà pace
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6 B.Bacci, Chi disse donna disse guai...
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7 A.Novelli, Le.... sue prigioni
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8 A.Novelli, Un campagnolo ai bagni
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9 A.Novelli, Casa mia casa mia...
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10 A.Novelli, L’Ascensione
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11 G.B. Zannoni, La Crezia rincivilita
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12 G.B. Zannoni, La ragazza vana e civetta
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2001
13 B.Salvini, I tempi cambiano
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14 B.Salvini, I’ figliolo di’ prete
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15 L.Baroni, Grazie nonno
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16 O.Pelagatti, I’ ragazzo di San Frediano
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17 F.Paolieri, Chiù
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18 F.Paolieri, Gli antidiluviani
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2002
19 M.Recchia, Amleto i’ vinaio
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2003
20 M.Recchia, La profana
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2004
21 A.Novelli, Acqua passata e Inferno, purgatorio e paradiso
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22 A.Novelli, La Cupola **
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2005
23 A.M. Vannini, Proprio un ber Natale
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2005
       
         
24 MONOLOGHI E CREAZIONI, di Giulio Ginanni
FirenzeLibri ed. Reggello  
2009  
 

Il 29 gennaio del 1903 nacque a Firenze Giulio Ginanni, nipote di quel Giuseppe Lacheri detto Il Lachera, figura popolare caratteristica nella Firenze dell’ultimo periodo granducale. Attore comico dotato di grande talento Giulio diventò uno dei personaggi più amati del teatro in vernacolo fiorentino; scrisse e rappresentò una serie di monologhi che fu pubblicata in sobri libretti, sul modello di quelli diffusissimi della Salani, dalla casa editrice Fiorenza; incise, e fu fra i primi attori ad usare questo nuovo mezzo di diffusione, 12 dischi a 78 giri per la Edison Bell e Homocord, oggi pressoché introvabili. Alcune sue invenzioni comiche di cui faceva largo uso negli spettacoli, come l’accentuazione della parlata popolare in senso marcatamente ridicolo (oggi si dice demenziale) o la creazione di parole nuove coniate (o fiorentinizzate) dall’”inghilese”, come mae faterre, mae moderre, oiesse, nichelle, (cretinate come le chiamava), hanno fatto scuola fino ad oggi.

La sua satira su certe figure caratteristiche della vita fiorentina (il fiaccheraio, il contadino, l’attore..) pur concedendo molto al genere popolaresco delle ciane sapeva essere anche raffinata e pungente, ironica e autoironica, ma fu proprio uno dei suoi monologhi più marcatamente politici, I’l Sindaco, che portò all’aggressione del giovane attore da parte di una banda di fascisti all’uscita da una sua rappresentazione; dopo poco tempo la sua improvvisa morte a Milano, il 31 luglio del 1930 a soli ventisette anni, “per cause naturali” si disse.

Giulio Ginanni si era imposto come un attore giovane di sicuro avvenire iniziando a recitare nella Compagnia Villani; passò in seguito in quella di Augusto Novelli insieme al capo comico Lacchini. La sua specializzazione era l’imitazione di attori e personaggi famosi, attività in cui riusciva alla perfezione. Un altro aspetto della sua personalità di artista la dimostrava nel saper improvvisare, come si intuisce nella gustosa parodia del sindaco, dove si trova una mezza ottava che è la prima documentazione sonora esistente del motivo musicale del contrasto in ottava rima.

Così ce lo presenta A.Mannajoni sulla rivista La commedia fiorentina:

“Il primo a scoprirne le doti occorrenti per il teatro che il Ginanni aveva, fu il Prof. Faini, allorché si occupava attivamente della composizione di riviste. Egli gli affidò la parte di Dante in « Firenze sogna », e tanto era l'amore e la voglia di riuscire, che di questa parte ne fece una piccola creazione. Bastò. Recitò ancora, più qua e più là e poi finalmente fu scritturato nella splendida Compagnia Fiorentina, formata e diretta dal Maestro: Augusto Novelli. Qui ebbe la sua particina: l’Amleto nel Canapone, il soldato livornese: e immediatamente seppe meritarsi gli applausi e la profonda venerazione del Novelli.

Da questa poi passò ad altre compagnie. Una volta in Sicilia la Compagnia alla quale faceva parte rimase sul lastrico, e quel che peggio, senza un soldo: tutti eran disperati: bisognava mangiare. Ginanni dette prova del suo buon cuore e della sua capacità: a fido, potè avere da un negoziante un gran numero di cravatte, che con l’indifferenza e 1’abilità di un turco o di un cinese in poco tempo — questione di ore — seppe venderle tutte; e col guadagno, egli e i suoi compagni, si poterono… (è il caso di dirlo!) sfamare. Dopo essere stato in altre Compagnie, passò poi a quella di Zacconi, dove il Maestro più volte gli dimostrò la sua simpatia e benevolenza. Per consiglio di molti, infine, e forse perché è nel Piccolo Teatro d'Arte che vuol vivere e sviluppare la sua propria personalità artistica, passò al Varietà. Interprete felice di gustosissime macchiette ed insuperabile nella imitazione (si noti che parla eccellentemente tutti i dialetti d’Italia) dei noti grandi artisti del nostro tempo, in quest’ambiente, sa dar prova di quanto di buono e di sano esista in lui; e non manca tempo per tempo, giorno per giorno, di segnare un successo e d’inoltrare un passo su quella via che ha tanto agognata. Pier Giovani Merciai, con sano spirito, ha scritto di lui: “L'avvenire del Ginanni s’intravede quanto mai semplice e multiforme: passerà ininterrottamente di successo in successo ed ovunque egli vada porterà sempre un lembo del nostro bel cielo Toscano, con tutto il suo sereno azzurro, i suoi canti dolcissimi, il suo spirito bizzarro”; e più sinceramente di così, di lui, non si potrebbe dire”.

 
         
25 LA FAMIGLIA PATRIARCALE di  G. Bucciolini
FirenzeLibri ed. Reggello  
2009  
 


Giulio Buccciolini nacque a Firenze il 3 febbraio 1887 e cominciò prestissimo ad affermarsi come scrittore e commediografo; forse non esiste nel panorama della drammaturgia toscana un autore così prolifico come lui, di cui si contano circa una trentina di lavori teatrali. La sue prime opere: Fuoco Morente 1907, Alla macchia, il monologo Che sfortuna!, l’atto unico Ballottaggio. Nel 1910 scrive uno dei suoi lavori più noti, Il piovano Arlotto.
Dal 1915 il suo lavoro fu quello del giornalista e critico teatrale. Fu merito del suo Piovano Arlotto se la compagnia Niccòli, dopo l’improvvisa scomparsa di Dreino, si risollevò con le ventisette repliche della commedia, che Raffaello, il figlio di Andrea, ribattezzò Le burle del piovano Arlotto. Molti dei suoi lavori ritraggono la vita della campagna fiorentina, con i suoi personaggi, il lavoro dei campi, la semplicità e la spontaneità delle genti contadine. Nel 1923 ecco il Giocondo Zappaterra, che fu apprezzato dal critico e storico del teatro italiano Silvio D’Amico, che parlò di un testo “vivo,campagnolo,odoroso di terra, di grano, di vino”. Seguirono altre commedie in vernacolo fra cui la deliziosa Fiera dell’Impruneta.
Negli anni intercorsi fra le due guerre la produzione di Bucciolini fu in lingua, ma dopo la scomparsa di Novelli, Paolieri e la Garibalda il teatro fiorentino seppe rinnovarsi con la commedia musicale che riscosse un enorme successo grazie a lavori come Il gatto in cantina di Nando Vitali, e il Giocondo Zappaterra del nostro, ambedue musicati da Giuseppe Pietri che firma la musica anche de L’acqua cheta di Novelli. Il maestro Cuscinà musicò inoltre un altro lavoro di Bucciolini, 77 lodole e un marito. Seguirono molte altre opere di successo: La baronessa schiccherona, La fine del mondo, C’è sotto qualcosa, La donna più bella del mondo, Signori di campagna, La mi’ socera la fa le faville, Ragazze da Marito, Bambine e cavalloni. L’ultima cosa che ci preme sottolineare della lunga attività teatrale di Giulio Bucciolini, è il suo lavoro di critico per il quotidiano fiorentino La Nazione, una lunga storia che ricopre l’arco di oltre mezzo secolo di vita teatrale. Giulio Bucciolini è scomparso nel 1974.
La famiglia patriarcale che è ancora un quadro della vita contadina nei pressi di Firenze, fu pubblicata per la prima volta nel 1950 e rappresentata al teatro della Pergola; fra gli interpreti, oltre a Raffaello Niccòli, molti attori che faranno la storia del teatro fiorentino della seconda metà del Novecento: Cesarina Cecconi, Wanda Pasquini, Giovanni Nannini, Renzo Biagiotti e la figlia di Giulio, Maria Gaia Bucciolini che ci ha concesso, insieme all’editore Pagnini, di pubblicare questa seconda edizione de La famiglia patriarcale, data alle stampe una prima volta nel 1992 in contemporanea con la Mostra su “Bucciolini e il suo tempo” allestita dal Comune di Greve in Chianti.


 
26

L’ACQUA PURGATIVA di  V. Camaiti
LA VERGINE DEL LIPPI di A. Novelli

FirenzeLibri ed. Reggello  
2009  
 

L’acqua purgativa . Venturino Camaiti (Fra’ Succhiello da Firenze) nasce a Firenze nel 1862 ed è conosciuto soprattutto per la sua cospicua produzione di poesie in vernacolo fiorentino (una ventina di volumi), di cui è uno dei più prolifici e autorevoli autori; a questa, che è la parte più importante della sua attività letteraria, vanno aggiunti anche alcuni di lavori teatrali scritti fra il 1884 e il 1886 (“Tutto concilia amore” scene medievali di due atti in versi;  “Una scena a Chiatamone” dramma in un prologo e un atto; l’atto unico “Manuel Menendez”, scene spagnole in un atto con prologo, da una novella di Edmondo de Amicis).  Più anziano di Novelli di cinque anni, comincia però a dedicarsi all’attività teatrale all’incirca nello stesso periodo (“Una sfida ai bagni” di Novelli è del 1885). Risalgono al primo decennio del Novecento anche le sue astiose polemiche col fondatore del teatro in vernacolo fiorentino. Comunque un po’ di rivalità fra i due doveva esserci, forse a causa del travolgente successo ottenuto da Novelli dopo le applauditissime rappresentazioni de “L’acqua cheta”,  seguita nello stesso anno dall’atto unico “Acqua passata”;  l’invenzione del nuovo teatro in vernacolo fiorentino ebbe una grande risonanza, non solo a Firenze; l’anno dopo Venturino uscì con  L’acqua purgativa, e il titolo dice tutto sulla competizione a colpi di vernacolo fra i due, che fece parlare il critico de La Nazione di ciclo delle acque. La commedia, che dopo il successo di Novelli ridette vigore al teatro in vernacolo, fu rappresentata nel 1909 al Teatro Alfieri di Firenze dalla Compagnia comica Toscana Raffaello Landini, diretta da  Andrea Niccòli e fu un altro grosso successo; la stampa dell’epoca non  fu avara di lodi.  Comunque, nonostante la buona accoglienza di questo atto unico “allegro, dimorto allegro” Camaiti riprese a pubblicare i suoi libri di versi e soltanto nel 1926 pubblicò Padre Zappata, la sua ultima commedia in vernacolo fiorentino. 

La vergine del Lippi, bozzetto storico in un prologo e un atto è uno dei primi lavori importanti di Augusto Novelli, e fu rappresentato per la prima volta all’Arena Nazionale di Firenze dalla compagnia del Comm. Cesare Rossi la sera del 25 settembre 1890 ed ebbe anche diverse edizioni in cartaceo e forse qualche rappresentazione abusiva se l’autore scriveva in calce alla quinta edizione: “Ristampo questo lavoro, esaurito quattro volte, ristampando anche… quanto è detto sopra [Tutti i diritti riservati] nella speranza che i Signori Filodrammatici mostrino una buona volta di essere delle persone oneste”. E aggiungeva, a difesa della veridicità del suo lavoro: “Da alcuni critici che ne dovean sapere quanto Pico della Mirandola, fu detto questo essere non un bozzetto storico, ma un parto della mia fantasia. Benché certe castronerie non meritino risposta pure pongo qui le poche righe con le quali il solo Vasari tramandò la notizia del fatto”. Che si può leggere nella edizione detta torrentiniana.  Aggiungiamo che il bozzetto novelliano fu dedicato e ispirato, come altri lavori, alla tanto amata cugina Giulia che nel 1895 diventava ufficialmente sua fidanzata, facendo scoppiare “l’indignazione” della famiglia e in modo particolare delle sorelle di lei che furono testardamente avverse al matrimonio con un giovane così scapato. L’anno seguente Giulia e Augusto nonostante le avversità si unirono in  matrimonio. Nella prima edizione della Vergine (1895) c’è anche una dedica con la sigla A G. N.:“Vedersi e amarsi perché prima di nascere averci dato il cielo la impronta della creatura amata”. Alla vigilia di saperti mia ristampo per la terza volta il grido uscito dall’anima in quei giorni di tristezza…. Quando cinque anni or sono egli vide la luce, ne cancellai la dedica per paura che la gente ridesse di noi. Oggi vado orgoglioso di far sapere com’egli nacque. Voglia il cielo che questa rivelazione lo salvi dalle mani di coloro che lo trascinarono dinanzi a tutte le platee…. Composte di pigionali!… Di quanti sfoghi fu mezzana la mia povera Vergine?…E quante isteriche fanciulle, incapaci a suscitare una scintilla vivificatrice, si lasciarono carezzare dalla voce armoniosa di Lippo Lippi?… A questa turba di assetati che bevvero e continueranno a bere al nostro fonte, perdona Tu; io non lo posso.                                                                                          Firenze, Settembre 1895        Augusto Novelli 


 
27

CANAPONE,  di A. Novelli

FirenzeLibri ed. Reggello  
2009  
 

La nuova commedia, Canapone, debuttò al teatro Alfieri nel febbraio del 1914; quattro atti sulla fine del Granducato di Toscana nei mesi che precedono la partenza da Firenze della famiglia granducale il 27 aprile del 1859. La storia  è incentrata sulla figura di Leopoldo II, chiamato dai fiorentini Canapone per il colore biondastro dei suoi capelli. La commedia dovette registrare un inatteso insuccesso, sia di pubblico che di critica. Scrive Jarro che l’unico apprezzamento del pubblico venne nel quarto atto per merito di Raffaello Niccòli che interpretò la parte del soldato livornese, che piacque per le sue battute salaci ed anche per quel vernacolo labronico, sia pure grezzo e approssimativo, che l’autore gli mette in bocca; da segnalare la rinuncia dell’utilizzazione della lingua vernacola fiorentina, arte in cui l’autore è maestro. L’opera  comunque restò in cartellone per trenta sere,  Bucciolini si domanda se avrebbe resistito tanto se si fosse trattato di un altro autore. Il lavoro cuce insieme alcuni “aneddoti da anticamera”, pettegoli e in genere di dubbio gusto, che ci presentano “un Leopoldo II  intimo, a tu per tu con servi e cameriere” che offuscano e mettono quasi in ridicolo la figura dell’ultimo Granduca, senza minimamente avvicinarsi  alla gustosa satira che ne aveva fatto Giuseppe Giusti nel suo Re Travicello. La corte granducale, a differenza dell’ambiente cittadino, è estranea all’autore, più che in una corte sembra di essere all’osteria, dove servi e giardinieri, segretari e ministri si incrociano come se si trattasse di governare una cavalla invece che uno degli stati più moderni ed emancipati d’Europa.

 
         
28 IL GASTIGAMATTI, di Giulio Svetoni FirenzeLibri ed. Reggello 2009
Nelle librerie Chiari, Piazza Salvemini e Libreria de' Servi in via dei Servi Firenze
2009  
 

Questo autore, non molto considerato dalla stampa e dagli storici del teatro in vernacolo, ha scritto quel piccolo capolavoro ispirato alla Bisbetica domata di Shakespeare che è Il Castigamatti, una deliziosa commedia che ancora oggi si può inserire fra le più amate e rappresentate dalle compagnie amatoriali toscane. Ispirata a Shakespeare, come scriveva Adolfo Orvieto nella sua prefazione; per fugare ogni dubbio che qualche critico avrebbe potuto avere circa una “piatta imitazione o, persino, della contaminazione sacrilega”. E la parola “ispirazione” serve ad escludere il rifacimento meschino, la riduzione “per altre scene”,  non che, s’intende il peggio di tutto, che è il plagio.    C' è bisogno di dimostrare l'originalità del “Castigamatti”?  La sua essenza schiettamente e profondamente fiorentina che dà a queste scene una vita tutta propria; anima, e non vernice?”    La commedia fu rappresentata per la prima volta  al Teatro Argentina di Roma nel maggio del 1925 dalla Compagnia di Garibalda Niccòli e fu replicata per 14 sere consecutive. Nel presentarlo all’inizio del terzo anno delle pubblicazioni (gennaio 1929) la redazione della rivista La commedia fiorentina si sbilancia: “Con la pubblicazione de Il Castigamatti, che è a giudizio del pubblico e della critica la commedia fiorentina comica più bella, più completa, più divertente che sia stata scritta per il Teatro fiorentino dopo la mirabile Acqua cheta del compianto Augusto Novelli, si apre bene questo nuovo periodo  di vita della Commedia Fiorentina, la quale arricchita dai magnifici disegni di Piero Bernardini, dirà al lettore più d’ogni altra parola, che ogni nostra energia è tesa, per far sì che la nostra rivista continui ad avere il favore che fino ad oggi ha incontrato e che è per i nostri sacrifici la massima ricompensa.” Ma questo del ’29 fu l’unico contributo del grande pittore e illustratore fiorentino (anche lui poco considerato) che in seguito si limitò a fornire la grafica di copertina.
 
         
         
         




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